

VITERBO – Sant’Orsola, le Scuderie del Bramante e l’ex Onmi stanno tornando disponibili dopo importanti interventi di recupero. La vera prova comincia adesso, perché un edificio pubblico restaurato ma utilizzato poche volte all’anno rischia di diventare soltanto un costoso contenitore.
Viterbo sta vivendo una stagione particolare: mentre da una parte si discute degli immobili privati abbandonati, dall’altra alcuni importanti edifici pubblici stanno arrivando alla fine di lunghi interventi di recupero. Ed è proprio questo contrasto che permette di capire una cosa spesso dimenticata: trovare i soldi per restaurare un edificio è difficile; trovare il modo di farlo funzionare per i vent’anni successivi può esserlo ancora di più.
Nel giugno 2026 la giunta comunale ha definito gli indirizzi per tre strutture significative: l’ex chiesa di Sant’Orsola, le ex Scuderie papali di piazza Sallupara — destinate a prendere il nome di Scuderie del Bramante — e gli spazi dell’ex Onmi.
Sant’Orsola dovrebbe ospitare attività legate alle arti formative e performative, le Scuderie diventare uno spazio rivolto soprattutto alle forme artistiche contemporanee, mentre l’ex Onmi viene indirizzato verso attività culturali, educative e formative rivolte in particolare a bambini e giovani. Per la gestione sono previste procedure a evidenza pubblica.
È una scelta che collega esplicitamente questi immobili anche alla candidatura di Viterbo e della Tuscia a Capitale europea della Cultura 2033 e che mette finalmente il contenuto accanto al contenitore. Ma è precisamente qui che comincia la parte più delicata. Un edificio culturale non vive perché possiede un nome; vive se esiste qualcuno che ogni mattina apre la porta, programma attività, paga luce e riscaldamento, cura la manutenzione, costruisce pubblico, organizza prove, corsi, spettacoli e laboratori. E, soprattutto, se ha un modello economico che impedisca alla struttura di ricadere dopo pochi anni nella dipendenza da finanziamenti occasionali.
Le Scuderie di Sallupara, per esempio, sono state interessate da un progetto finanziato con risorse legate al Giubileo 2025 per 2,5 milioni di euro, destinato al completamento dell’edificio, al recupero di un tratto delle mura e alla riqualificazione dell’area circostante. Il dato interessante non è soltanto quanto è costato recuperarle, ma quanto costerà utilizzarle. È una domanda che dovrebbe accompagnare ogni grande intervento sul patrimonio pubblico prima ancora dell’apertura del cantiere, perché la sostenibilità di un immobile non termina con il certificato di fine lavori.
Servono quindi indicatori diversi da quelli ai quali siamo abituati: non soltanto milioni investiti, metri quadrati restaurati e data dell’inaugurazione, ma giorni di apertura all’anno, numero di attività ospitate, persone che entrano, percentuale dei costi di gestione coperta da entrate proprie, collaborazioni con scuole e università, associazioni coinvolte, ricaduta sulle attività economiche vicine, manutenzioni effettuate e stato dell’edificio dopo cinque anni.
La questione diventa ancora più importante perché una città con tanto patrimonio storico non potrà mai permettersi di trasformarlo tutto in museo. Servono funzioni diverse: cultura, certamente, ma anche formazione, lavoro, abitazione, servizi e attività economiche, scegliendo ogni volta la destinazione sulla base delle caratteristiche dell’immobile e dei bisogni della zona. Questo principio vale anche per gli edifici privati abbandonati.
Il recupero fisico è soltanto metà dell’opera, perché spendere centinaia di migliaia di euro per restaurare un edificio senza sapere chi lo utilizzerà significa semplicemente rinviare il problema.
Il patrimonio pubblico che Viterbo sta recuperando può diventare quindi anche un laboratorio: se Sant’Orsola, Scuderie e Onmi riusciranno a produrre attività durante tutto l’anno, presenza stabile e costi sostenibili, avremo imparato qualcosa di utile anche per gli altri immobili della città. Se invece conteremo soltanto le inaugurazioni, sapremo quanto abbiamo speso. Non quanto abbiamo rigenerato.


















