
Il 25 aprile è una festa complicata, un momento che in questi sette decenni ha più separato che unito il Paese. A rovinare tutto quegli uomini “morti” che poco hanno capito dalla storia e dalla vita e che, per pochezza esistenziale, tendono a riempire i propri vuoti cognitivi e di consapevolezza con le mascherine delle ideologie.
Questo ha reso per lungo tempo il 25 aprile la festa di alcuni e il lutto di altri. La festa dei derivati del comunismo e il lutto dei derivati del fascismo. Tutto ciò in barba alla storia, al coraggio (vero) di chi ha rischiato la vita (in molti casi perdendola) per creare uno spazio di libertà per gli italiani. Ma la libertà è fatica, è faticosa tanto. E la resistenza è roba difficile da digerire.
Ci sarebbe tanto bisogno di sviscerare i sensi di questo 25 aprile e riattualizzarli. Il 25 aprile è la festa che ci ricorda che dobbiamo resistere. Resistere alle tentazioni aberranti della raccomandazione per ottenere i risultati. Una sirena a cui in questi decenni invece non hanno resistito né tanti “compagni” né tanti “camerati”. Resistere alla castrazione del merito, alla tentazione della corruzione, allo schiavismo del clientelismo e della costruzione delle clientele.
Resistenza alla cattiva politica, a chi non utilizza il potere per costruire benessere ma per esercitare la soddisfazione sterile del proprio ego. Resistenza alla mafia di ogni ordine e grado, alle ruberie: tanto quelle di appalti milionari quanto a quelle di chi pensa di fare il furbo non pagando le tasse.
In questo giorno l’unico pensiero vero che ci sentiamo di esprimere è l’invito, rivolto ai nostri lettori, a coltivare dentro di sé la resistenza. Perché il nero dell’umanità non è finito settanta anni fa, ma vive ogni giorno dentro ognuno di noi. Ci vuole coraggio per sconfiggerlo, ma solo il coraggio può renderci liberi e liberare le future generazioni.


















