Quella resistenza che dovremmo coltivare dentro noi
Roberto Pomi
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La resistenza non è una roba polverosa da leggere sui libri di storia. La resistenza è altro, è un modo di essere, un qualcosa di vivo ogni giorno. Come vive ogni giorno dentro di noi il nero dell'umanità, tutt'altro che sconfitto 70 anni fa.

Il 25 aprile è una festa complicata, un momento che in questi sette decenni ha più separato che unito il Paese. A rovinare tutto quegli uomini “morti” che poco hanno capito dalla storia e dalla vita e che, per pochezza esistenziale, tendono a riempire i propri vuoti cognitivi e di consapevolezza con le mascherine delle ideologie.

Questo ha reso per lungo tempo il 25 aprile la festa di alcuni e il lutto di altri. La festa dei derivati del comunismo e il lutto dei derivati del fascismo. Tutto ciò in barba alla storia, al coraggio (vero) di chi ha rischiato la vita (in molti casi perdendola) per creare uno spazio di libertà per gli italiani. Ma la libertà è fatica, è faticosa tanto. E la resistenza è roba difficile da digerire.

Ci sarebbe tanto bisogno di sviscerare i sensi di questo 25 aprile e riattualizzarli. Il 25 aprile è la festa che ci ricorda che dobbiamo resistere. Resistere alle tentazioni aberranti della raccomandazione per ottenere i risultati. Una sirena a cui in questi decenni invece non hanno resistito né tanti “compagni” né tanti “camerati”. Resistere alla castrazione del merito, alla tentazione della corruzione, allo schiavismo del clientelismo e della costruzione delle clientele.

Resistenza alla cattiva politica, a chi non utilizza il potere per costruire benessere ma per esercitare la soddisfazione sterile del proprio ego. Resistenza alla mafia di ogni ordine e grado, alle ruberie: tanto quelle di appalti milionari quanto a quelle di chi pensa di fare il furbo non pagando le tasse.

In questo giorno l’unico pensiero vero che ci sentiamo di esprimere è l’invito, rivolto ai nostri lettori, a coltivare dentro di sé la resistenza. Perché il nero dell’umanità non è finito settanta anni fa, ma vive ogni giorno dentro ognuno di noi. Ci vuole coraggio per sconfiggerlo, ma solo il coraggio può renderci liberi e liberare le future generazioni.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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