
Iniziamo oggi un percorso nella memoria della Tuscia. Lo faremo attraverso racconti liberamente ispirati alle fonti storiche, per riscoprire com’erano queste terre, come vivevano le loro comunità, quali paure, speranze e fatiche le attraversavano. Perché conoscere le proprie radici non significa soltanto guardare al passato: significa comprendere meglio il presente e, forse, trovare qualche indicazione per costruire il futuro.
IL DOMENICALE – Nel Viterbese il conflitto non cominciò con le bombe del 1943. Era arrivato molto prima, sotto forma di pane nero, razionamenti, figli al fronte, mercato clandestino e donne che scendevano in strada. Fu anche attraverso la fame che il consenso al fascismo cominciò lentamente a sgretolarsi.
Per capire che cosa rappresentò la Seconda guerra mondiale per Viterbo e per i paesi della Tuscia bisogna liberarsi per un momento dall’immagine più immediata della guerra, i bombardamenti, i carri armati, i soldati tedeschi, le macerie. Tutto questo arriverà, soprattutto dopo il 1943, prima ci fu un’altra guerra. Più lenta, meno visibile, una guerra che entrava nelle case senza bisogno di bombardare i tetti, entrava nelle dispense, nelle cucine, nel pane, nelle lettere che non arrivavano dal fronte, nell’ansia delle madri, nelle file davanti ai negozi, nella ricerca quotidiana di qualcosa da mettere a tavola.
Per una parte consistente della popolazione viterbese, nei primi anni del conflitto la guerra rimaneva geograficamente lontana, a combatterla erano soprattutto i giovani richiamati alle armi, spediti in Africa, nei Balcani, in Grecia, in Russia o sugli altri fronti aperti dal regime fascista. Le famiglie vivevano nell’attesa. Una lettera poteva significare che un figlio era ancora vivo, il silenzio poteva voler dire tutto. Ma mentre i combattimenti restavano lontani, le conseguenze economiche della guerra diventavano ogni mese più vicine.
La guerra cominciò dalla tavola
All’inizio scomparvero prodotti che potevano sembrare quasi superflui, il tè, il caffè, lo zucchero. Poi cominciò a mancare il resto. Il razionamento divenne progressivamente parte della vita quotidiana. La tessera annonaria stabiliva quanto si poteva comprare e, in teoria, avrebbe dovuto garantire un minimo di distribuzione equa, la realtà era molto diversa. I rifornimenti erano insufficienti, la qualità peggiorava. Il pane, alimento essenziale per gran parte delle famiglie, diventò scuro, pesante, spesso impastato con segala, patate e farine di qualità sempre più bassa, la carne diventò un prodotto quasi irraggiungibile, un uovo acquistò un valore che oggi facciamo fatica persino a immaginare, l’olio poteva raggiungere al mercato clandestino prezzi astronomici.
Così tornò una forma di economia che sembrava appartenere a un passato remoto, il baratto. Un chilo di sale poteva essere scambiato con un litro d’olio, la moneta restava formalmente il mezzo di pagamento, ma nella società reale tornavano a contare le cose. Chi aveva un orto possedeva qualcosa, chi allevava galline disponeva di una piccola ricchezza, chi aveva parenti in campagna aveva maggiori possibilità di trovare cibo.
La guerra modificò perfino le gerarchie sociali. Un contadino che disponeva di farina, olio o uova poteva trovarsi in una posizione economicamente più forte di un impiegato che riceveva regolarmente lo stipendio, ma non riusciva a comprare nulla.
Il mercato nero, delitto o sopravvivenza?
In queste condizioni esplose la cosiddetta “borsa nera”. Lo Stato la considerava una piaga da reprimere e indubbiamente esistevano speculatori capaci di arricchirsi sulla fame altrui. Fermarsi, però, a questo significa leggere la storia soltanto attraverso le carte della pubblica sicurezza.
Per moltissimi viterbesi il mercato clandestino non era un’occasione di guadagno, era l’unico modo per mangiare. Dietro una donna che nascondeva qualche chilo di farina sotto il cappotto poteva esserci una famiglia, dietro un contadino che vendeva clandestinamente qualche litro d’olio poteva esserci la necessità di acquistare scarpe o medicinali. La distinzione tra legalità e illegalità diventava sempre più fragile quando la legalità non riusciva più a garantire la sopravvivenza. I repubblichini e gli apparati di controllo istituivano posti di blocco nelle stazioni, perquisivano viaggiatori, sequestravano merci, ma la repressione non poteva risolvere il problema fondamentale, il cibo non bastava ed è anche qui che cominciò a incrinarsi il rapporto tra cittadini e Stato. Un regime che aveva promesso ordine e grandezza nazionale appariva progressivamente incapace di garantire persino il pane.
Le prime a protestare furono le donne
È forse questo uno degli aspetti più interessanti della guerra nel Viterbese. Il dissenso non nacque soltanto negli ambienti politici clandestini, nacque anche nelle cucine e spesso ebbe il volto delle donne. Il 26 febbraio 1942 a Onano alcune centinaia di donne e bambini protestarono contro il ritiro del grano. Il 20 marzo dello stesso anno, a Nepi, un’altra manifestazione denunciò l’insufficienza delle razioni di pane.
La reazione delle autorità fu immediata, a Onano furono denunciate sette donne, a Nepi vennero arrestate cinque persone, tra le quali tre donne, a Corchiano Romana Fondi, casalinga e madre di tre bambini piccoli, protestò apertamente per la scarsità delle razioni alimentari. A Soriano nel Cimino, Torre Alfina e in altri centri si registrarono episodi analoghi. Sono fatti che meritano di essere guardati con attenzione. Quelle donne probabilmente non si consideravano rivoluzionarie, non necessariamente appartenevano ad organizzazioni antifasciste, non stavano discutendo di modelli istituzionali o di democrazia parlamentare, dicevano semplicemente: il pane non basta.
Ma in una dittatura anche una frase apparentemente elementare può diventare politica, perché il fascismo non pretendeva soltanto obbedienza, pretendeva consenso, pretendeva che la rappresentazione della realtà coincidesse con quella costruita dal regime. L’Italia doveva essere forte, la guerra doveva essere vittoriosa, il popolo doveva essere disciplinato, la nazione doveva mostrarsi unita attorno al Duce. Una madre che scendeva in piazza per gridare che non aveva pane per i figli rompeva quella rappresentazione, diceva pubblicamente che la realtà era diversa dalla propaganda e per questo diventava pericolosa.
Una piccola storia della libertà
C’è qualcosa di profondamente politico in quelle proteste. La libertà non nasce sempre da grandi discorsi, talvolta nasce da bisogni immediati. Una donna che chiede pane non sta necessariamente chiedendo democrazia, ma sta rivendicando il diritto di essere ascoltata, sta rifiutando l’idea che l’autorità possieda sempre la verità, sta affermando che l’esperienza concreta della propria famiglia vale più delle parole pronunciate dal regime. È già una crepa e le dittature cominciano spesso a indebolirsi proprio attraverso queste crepe. Non quando tutti diventano improvvisamente antifascisti, ma quando smettono di credere.
La redazione
Racconto liberamente tratto da “Storie dimenticate. Antifascismo, guerra e lotta partigiana nella provincia di Viterbo” di Giorgio e Lucrezia Fanti – Ed. Progetto Memoria


















