
IL PUNTO DI VISTA – La fantascienza è sempre meno immaginifica e sempre più influenzata dagli studi di futurologia, una disciplina che adotta nozioni di statistica, scienza politica, demografia, sociologia, psicologia, scienze fisico-naturali ed è in grado di tracciare possibili – e talvolta probabili – itinerari di sviluppo della società umana e del suo ambiente, anche su scala pluridecennale.
Ben note sono le previsioni sul cambiamento climatico, se non si adottano determinate strategie in ordine all’uso dell’energia rinnovabile, e quelle sulla crescita degli abitanti del pianeta che, in mancanza di politiche di controllo delle nascite nei paesi più prolifici, potrebbero giungere a superare i dieci miliardi di unità, prima di assestarsi sugli 8-9 tra circa quarant’anni.
Studi importanti si vanno effettuando anche sui cambiamenti nel mondo del lavoro e sull’organizzazione dei servizi nella prospettiva di un uso sempre più evoluto dell’Intelligenza Artificiale. Nell’incontro con la futurologia, in questi ultimi decenni la fantascienza si è preoccupata di descrivere soprattutto dei futuri “distopici”.
Che cosa è un “futuro distopico”? Prendo a prestito Wikipedia: “è la previsione di un futuro, sulla base di tendenze del presente, nelle quali viene descritta un’esperienza di vita indesiderabile o spaventosa. Ponendosi in contrapposizione ad un’utopia, una distopia viene vista come un’ipotetica società caratterizzata da espressioni sociali e politiche opprimenti, spesso in concomitanza o in conseguenza di condizioni ambientali o tecnologiche pericolose”.
Seguendo le paure collettive mosse dalle minacce più temute nel XX secolo, la fantascienza ha trattato dapprima di “cronache del dopobomba”, ambientate in un Terra distrutta da una guerra nucleare, poi di storie che narrano di sconvolgenti epidemie, di irreversibili crisi ambientali o di esiziali effetti astronomici in grado di distruggere l’umanità.
In seguito ha affrontato talvolta con ironia e talaltra con preoccupazione la convivenza fra uomini e robot. Infine, e sempre più spesso, ha prefigurato l’avvento di regimi politici disallineati rispetto ai valori della democrazia e della giustizia e designati a esercitare un controllo ferreo, assolutistico sulla collettività. In quest’ultimo caso la letteratura e il cinema si sono sbizzarriti a raccontare storie ambientate in un futuro dominato dall’autoritarismo, il sovranismo, la dittatura, la tirannia, a partire dai classici 1984 (1949) e Fahrenheit 451 (1953), e proseguendo poi con i cicli di Blade Runner (1982, 2017), Gattaca (1997), Matrix (1999, 2003), Hunger Games (2008, 2009, 2010), Divergent (2012, 2015, 2016), ecc.
Dove stiamo andando
Molti sociologi si sono interrogati sul futuro della società nel XXI secolo. E la maggior parte di loro non sono stati teneri con la società contemporanea. Basti pensare ai cosiddetti “critici della società di massa”, da Fromm a Marcuse a Henri-Lévy, o agli studiosi della società complessa, da Touraine a Taleb a Bauman.
Sociologi dico, non solo filosofi; quindi gente che parla con dati scientifici alla mano. Le cronache odierne in effetti stanno descrivendo una tendenza in atto abbastanza inquietante. Qualche spigolatura qua e là. E’ evidente il crollo dell’autorevolezza politica delle Nazioni Unite, che pure erano sorte per regolare i rapporti tra pressoché tutti i paesi del globo affinché non si ripetessero i guasti della scellerata Seconda Guerra Mondiale.
Esse non solo non sono riuscite a scongiurare episodi drammatici come quelli in Medio Oriente, nei Balcani e in Africa, a cavallo del millennio, ma assistono oggi impotenti a una guerra d’aggressione come quella in Ucraina, a uno scambio senza limiti di atrocità in Palestina, ai continui scontri etnici e religiosi nell’Africa Equatoriale, al riarmo minaccioso nordcoreano e cinese, agli interventismi unilaterali degli Stati Uniti e alle loro pretese territoriali nel continente americano.
E’ altresì evidente la crisi dei cosiddetti “valori occidentali”, quelli della libertà, dell’uguaglianza, della democrazia, quindi del liberalismo e del socialismo democratico che sono sorti in Europa e negli Stati Uniti a partire dal XVIII secolo e che l’agnostico Benedetto Croce faceva risalire non solo alla Rivoluzione francese, a quella americana e al pensiero liberale franco-anglosassone che le ispirava, ma alla filosofia greca e al Cristianesimo.
Questi valori di democrazia, uguaglianza e di laicità dello stato costituivano anche la base etica delle Nazioni Unite. Ma già nel 1993 la Dichiarazione di Bangkok, sottoscritta da numerosi paesi orientali e medio-orientali, parla della difesa di valori asiatici, divergenti da quelli occidentali – che si tratti del comunismo cinese o dell’islamismo iraniano – e la dice lunga sul riposizionarsi degli equilibri geopolitici ed etici dell’Umanità.
Per certi versi in questo schieramento possiamo annoverare anche la Russia e il suo autocrate Putin: la Russia si estende fino all’ Oceano Pacifico, ha fondati interessi in Asia e poi a Mosca non vi ha quasi mai albergato la democrazia.
La crisi dell’Occidente tuttavia non dipende solo dalla crisi delle Nazioni Unite o dal rafforzamento dello schieramento politico e ideologico orientale; il fatto è che si sta spezzando il tradizionale, storico e sostantivo legame inter-atlantico tra America ed Europa.
Quel che allarma è ciò che sta facendo Trump in America. Di certo, c’è un presidente americano che con la scusa di abbattere una dittatura malvagia si annette un’ampia scorta di petrolio e intende creare uno stato fantoccio in Venezuela per goderne lo sfruttamento negli anni a venire: petrolio, signore e signori, cioè la fonte energetica non rinnovabile più inquinante.
Del resto, gli USA stanno uscendo da tutte le organizzazioni ambientaliste. E per di più questo presidente vuole la ricca Groenlandia, con le buone (comprandola, come si fa al mercato; del resto è una vita che è abituato a comprarsi quel che vuole) o con le cattive (manu militari). Gli Stati Uniti sembrano incamminati verso una oligarchia autoreferenziale (lui si autoassolve perfino dai tentativi di colpo di stato…), e in questi giorni si sono fatti teatro di un “omicidio di stato” orribile, quello di Renee Nicole Good, non di uno “ sporco negro” considerato minaccioso a prescindere, né di un migrante clandestino con la faccia da narcotrafficante, ma di una madre di famiglia wasp, terrorizzata vedendosi circondata di uomini armati e a volto coperto voluti dal regime di Trump.
Pensando al ruolo dell’America, alla sua difesa della democrazia e delle cultura liberale occidentale per tutto il XX secolo, viene da credere che la fantascienza del futuro distopico stia diventando realtà. E che l’Europa stia diventando un’impotente e trascurata provincia dell’Impero che, non avendo più niente da dare, non ha più niente da dire.
Le logiche del cambiamento
Tutto questo, mentre inesorabilmente il cambiamento storico e culturale va avanti. Con le richieste di giustizia sociale. Con la spinta inevitabile delle migrazioni e i conseguenti scontri di culture che, tanto per smentire Marx e il materialismo storico, non sono determinati solo da squilibri politico-economici, ma anche da fedi, valori e modelli comportamentali antropologicamente divergenti, anzi incompatibili.
E con le nuove richieste di inclusione, di parità sociale e di genere, che stanno rovesciando – finalmente – usi e concezioni vecchie di millenni. Ma il cambiamento ha un prezzo, che è direttamente proporzionale alla sua velocità. Perché la storia di ieri e quella di oggi ci insegnano che un cambiamento repentino non sconvolge solo chi detiene il potere, timoroso di perderne le redini, ma anche chi è chiamato a cambiare concezioni, ritmi, abitudini, aspettative e regole consolidate, che danno sicurezza, prevedibilità e certezza, quand’anche oggettivamente discutibili.
Vorrei ricordare che nel Sessantotto tra i principali avversari dell’utopia giovanile si ritrovò perfino la classe operaia specializzata e garantita, quella che stava iniziando a praticare le leve del potere. Le tute blu non comprendevano e non condividevano le esigenze delle nuove generazioni, che al grido di “siamo realisti vogliano l’impossibile”, rischiavano di pregiudicare il cammino politico intrapreso dalla sinistra europea tradizionale. Lo ha scritto uno dei maggiori studiosi di quel periodo, Alan Touraine.
Due strade?
Insomma, di fronte al rischio che il mondo cambi forse troppo repentinamente intorno a loro, di fronte a libertà che sembrano spesso trasformarsi in licenze o in gratuite provocazioni e minacce, le persone comuni hanno cominciato a tentennare, a sentire una coperta troppo corta per comprendere il cambiamento, che sia dettato dal socialismo, dall’ambientalismo, dai nuovi rapporti di genere, dalla difficile
comprensione della dimensione Lgbtqia+, dalle contraddittorie esperienze multiculturali e interculturali.
E i governanti si sono spaccati in due fazioni: quelli che ascoltando demagogicamente i bisogni immediati della “gente comune” ne cavalcano i timori e i pregiudizi; e quelli che, elaborando nuove teorie etiche nei salotti buoni della cultura “advanced”, politicamente corretta, perdono di vista la realtà dura della quotidianità, quella che si terrorizza di fronte a quei cambiamenti che, invece di produrre benessere tecnologico e consumismo, creano disagio, confronto, presa di coscienza, reinterpretazione critica della propria personale corsa alla prosperità e alla difesa del proprio “particulare”.
E’ facile prevedere che i primi siano pronti a vincere; non è più il tempo degli anni della post-Resistenza dove ciascun individuo ripartiva di fatto da zero e pensava che si potesse crescere tutti assieme. Non si sta più costruendo una casa comune, ma si stanno piuttosto rafforzando e abbellendo i propri spazi privati, lasciando accuratamente fuori una banda stracciona di gente senza speranza verso la quale riversare saltuariamente qualche elemosina, per dare una lustratina alla propria coscienza. Non ci dimentichiamo che nei luoghi di lavoro, in quelli del consumo e in quelli dell’esibizione social oggi si opera soprattutto verificando e allargando i confini della propria discrezionalità personale, anche a costo di mettere a rischio la convivenza familiare…
Peraltro, il cittadino di oggi tende ad essere sempre meno incline, magari qualunquisticamente, a credere che con il proprio voto si possa cambiare la politica. Metà degli elettori non va più a votare, delegittimando la democrazia. In Italia assistiamo a fenomeni come l’emergere del populismo e del qualunquismo; di un leghismo incline a un regionalismo sovranista e a un giustizialismo sommario dell’Altro; di un movimentismo cinquestelle che volendo svincolarsi da una logica destra/sinistra, tende più spesso al fare che al pensare; assistiamo anche all’allargarsi del fronte di un avanguardismo nostalgico che impunemente rispolvera saluti romani e inneggia alla Decima; alla violenze gratuite di una conflittualità di piazza senza reale base ideologica, che spesso si esibisce nel distruggere paradossalmente sia i beni dei capitalisti (la vetrata di una banca) che quelli dei proletari (l’utilitaria di seconda mano parcheggiata nei pressi).
D‘altronde lo schieramento liberal-socialista, mai veramente compatto, pratica un strano rapporto con la politica: a parole innovatore e socialmente responsabile, nei fatti divisivo e culturalmente incapace di dare al concetto di “ordine” un senso positivo, con conseguenze tragiche nel vissuto quotidiano soprattutto dei grandi centri urbani, delle loro periferie. Basterebbe considerare l’irrisolto problema dei rapporti interculturali, che segneranno comunque il nostro immediato futuro, e che stanno mettendo a dura prova la forma e il contenuto di alcuni articoli della nostra Costituzione: siamo con la parità di genere o con la cultura sessista di tanti immigrati? E semmai come li conciliamo all’ombra dell’art. 3? E il lassismo con cui si lascia un pregiudicato straniero libero di continuare a delinquere? E che dire dell’intransigenza senza appello di certo “politicamente corretto”, che al confronto Torquemada sembra un amico bonario e comprensivo?
Ordine e progresso. Cioè?
Tutto ciò comporta uno scollamento tra politica e popolazione, il riemergere della delega in bianco ai pochi, se non addirittura a un uomo solo al comando di vecchia memoria in Italia. Ma non è solo fenomeno italiano. E’ fenomeno che cresce, come si è detto, negli Stati Uniti, ma anche in Francia, in Germania, in Ungheria, e così in Russia e in una Cina che, conciliando dittatura maoista e capitalismo nazional-autocratico, riesce a stare al centro del potere geopolitico mondiale senza troppi cedimenti. Le sinistre democratiche, quelle che erano state per decenni le principali costruttrici della democrazia partecipativa, stanno perdendo in Europa, in America, in Oriente.
Si prevedono scontri tra gli interessi geopolitici ed economici delle nazioni più ricche? Se queste camminano verso un’autocrazia forte, è possibile che piuttosto finiranno per sorreggersi a vicenda pur di affossare definitivamente il socialismo, il liberalismo, la socialdemocrazia, la parità di genere, o semplicemente per minacciare i paesi meno forti che non vogliono accodarsi al viaggio.
Così, si dice che a temere sia l’Ucraina, ma per certi versi è l’Europa intera che deve preoccuparsi, o almeno quei paesi occidentali che non fanno la debita riverenza a Trump o a Putin. La gente del XXI secolo, se le si garantisce ordine e progresso (parole incise nella bandiera del Brasile a ricordare che il progresso c’è solo se c‘è l’ordine) sosterrà qualsivoglia oligarca. Senza tanti scrupoli etici, come accade per esempio in Cina.
Perché si tratterà di un ordine che garantirà i diseguali vantaggi faticosamente conseguiti dai tanti arrampicatori sociali che oggi sgomitano per un posto al sole ad ogni costo; e si tratterà di un progresso materiale apprezzato soprattutto per l’opportunità di scorrazzare per i centri commerciali, per progettare le vacanze in montagna e quelle al mare per staccare dal duro lavoro, per acquisire l’ultima app di grido per smanettare sul proprio smartphone, magari per far decollare l’economia della propria città.
Chi non pensa soprattutto a queste cose, allo scoccare dell’anno nuovo? Lo abbiamo fatto tutti. Sono certo che sotto sotto lo hanno fatto anche i puristi dell’anima…
I distruttori di massa del liberal-socialismo democratico
Le cose dovrebbero andare diversamente? Certamente. Ma il cosiddetto secolo breve, il XX, è passato tra dittature, lotte civili e di civiltà, sacrifici e professioni di democrazia senza che oggi i tanti problemi seri si siano risolti; semmai si sono acuiti. Basta contare nel mondo come funzionano le elezioni “democratiche”, quante di queste in tanti paesi siano una farsa a comando, basta valutare dove si indirizzano comunque i risultati di quelle valide; basta seguire le esibizioni dei giustizialisti, degli autonomisti, dei sovranisti, dei criptofascisti, ma anche quelli degli egregi difensori del dis-ordine intellettuale, dei critici in servizio permanente ben saldi sullo scranno del comando, dei rivoluzionari da baraccone e da vernice fresca, dei progressisti sulla carta e dei giustificazionisti dei delitti e delle pene, insomma dell’accozzaglia di distruttori di massa del liberalsocialismo democratico, fuori e dentro di esso, per rendersi conto che la strada è pericolosamente inclinata verso uno di quei futuri distopici descritti con preoccupata cura dai maggiori film di successo.
Scusate il pessimismo; capita ai sociologi più anziani, che dicono di averne viste e studiate di ogni, diventando borbottosi profeti di sventure. Quando avevo vent’anni costoro mi stavano sulle scatole. Perché anche gli ideali, spesso, sono dei viaggiatori nel tempo.


















