

VITERBO – Il cambio della guardia nei palazzi comunali e in Provincia non cambia la sostanza di una delle partite più delicate e controverse del territorio: la gestione del servizio idrico. All’indomani dell’insediamento dei nuovi amministratori, torna a farsi sentire la voce del Coordinamento Nazionale Enti Locali per l’Acqua Pubblica, attraverso le parole di Bengasi Battisti, consigliere comunale di Corchiano.
Il messaggio ai neo-eletti è netto e non ammette fraintendimenti: la strada intrapresa dalla precedente assemblea dei sindaci, quella che apre le porte ai privati in Talete S.p.A., viene definita un “errore politico ed economico drammatico”.
I numeri che condannano il modello attuale
Battisti non si affida a slogan, ma sciorina i dati dell’ultimo dossier nazionale di Cittadinanzattiva per smontare l’idea che la privatizzazione sia la panacea di tutti i mali. La situazione viterbese, numeri alla mano, è già di per sé critica. 656 euro all’anno: la spesa media di una famiglia viterbese per l’acqua. +24,2%: il divario rispetto alla media nazionale di 528 euro. Viterbo si piazza tra le province del Lazio con le tariffe più salate.
40,9%: la percentuale di perdite nella rete. In pratica, quasi metà dell’acqua estratta viene sprecata prima di raggiungere le case a causa di infrastrutture obsolete.
L’illusione del privato: l’esempio toscano
La critica di Battisti si abbatte su quella che definisce “una falsa promessa”: ovvero che l’ingresso dei privati possa finalmente garantire i capitali necessari a riparare i tubi. Per smentire questa tesi, il consigliere di Corchiano cita l’esperienza toscana, dove la gestione mista pubblico-privato è realtà da tempo.
“In Toscana – avverte Battisti – i cittadini pagano la bolletta più cara d’Italia (770 euro), eppure le perdite idriche restano inchiodate al 40%. Con il privato, i soldi delle bollette non diventano manutenzione, ma dividendi per gli azionisti”.
La proposta: “Acqua fuori dal mercato”
Secondo il Coordinamento, la dearsenificazione, peso gravoso che grava sui bilanci delle famiglie, deve essere trattata come una questione di salute pubblica e non come un costo di mercato. La soluzione proposta è radicale: trasformare la gestione in un soggetto pubblico al 100%.
“Solo così – spiega Battisti – la fiscalità generale può intervenire direttamente per coprire i costi degli impianti. Guardiamo all’esempio di Milano: quando l’acqua è fuori dal mercato, le tariffe sono minime, le perdite crollano sotto il 15% e ogni euro viene reinvestito per legge sulle tubature, non nella finanza”.
L’appello politico: “Voltate pagina”
La responsabilità, ora, passa nelle mani dei nuovi sindaci e dei consiglieri provinciali. Il monito di Battisti è un invito ad andare controcorrente rispetto alle logiche di spartizione: “Proseguire sulla strada della privatizzazione significa ignorare i dati. I prossimi, inevitabili rincari saranno la diretta responsabilità politica di chi deciderà di non fare un passo indietro”.
La sfida è aperta. Dopo la tornata elettorale, per gli amministratori della Tuscia è arrivato il momento di chiarire se intendono difendere l’acqua come bene comune o seccare le speranze di una gestione pubblica ed efficiente.

















