
IL DOMENICALE – Continuiamo a dire che il paesaggio è di tutti, ma troppo spesso per raggiungerlo bisogna superare cancelli, strade interrotte, accessi poco chiari, sentieri trascurati e un sistema che sembra pensato più per raccontare la bellezza che per permettere alle persone di viverla.
Ci hanno abituati a ripetere che la Tuscia è un patrimonio di tutti, che i suoi laghi, i boschi, le campagne, i sentieri, i borghi e i paesaggi rappresentano una ricchezza collettiva, una delle poche risorse che nessuna crisi economica potrà portarci via; ma forse è arrivato il momento di smettere per qualche minuto di contemplare questa bellezza e porre una domanda molto meno poetica: quanto di ciò che definiamo patrimonio di tutti è davvero utilizzabile da tutti?
Perché un territorio può essere bellissimo e nello stesso tempo diventare progressivamente più difficile da vivere; può essere raccontato nei dépliant, fotografato nei festival, celebrato nelle campagne turistiche e tuttavia rimanere lontano dalla vita quotidiana di chi ci abita. Basta un accesso non segnalato, un sentiero che nessuno mantiene, una riva raggiungibile soltanto conoscendo il posto, un cancello comparso lungo un percorso, una strada sterrata lasciata all’abbandono, l’assenza di un parcheggio ragionevole, di una panchina o di un’indicazione affidabile, e quello che sulla carta rimane un bene collettivo diventa nei fatti patrimonio di chi sa come arrivarci, di chi può camminare molto, di chi conosce qualcuno, di chi ha l’automobile giusta o semplicemente di chi non ha problemi di mobilità.
Non stiamo sostenendo che ogni terreno debba essere attraversabile, che la proprietà privata non debba essere rispettata o che boschi e riserve naturali debbano essere trasformati in parchi urbani (sarebbe una sciocchezza: la proprietà privata va tutelata e gli ambienti fragili ancora di più), ma proprio per questo serve chiarezza. Bisogna sapere dove finisce il privato e dove comincia il pubblico, quali percorsi sono realmente praticabili, quali rive sono accessibili, quali limitazioni esistono per ragioni ambientali e quali, invece, sono soltanto il risultato di incuria, disordine amministrativo o assenza di programmazione.
Il problema del Viterbese è che troppo spesso promuoviamo ciò che non organizziamo. Invitiamo le persone a percorrere cammini senza avere sempre la certezza che quei cammini siano controllati con continuità, celebriamo i laghi senza offrire una mappa semplice degli accessi, parliamo di turismo lento mentre una parte dei percorsi è pensata soltanto per chi dispone di tempo, allenamento e autonomia fisica. Utilizziamo parole come inclusione e accessibilità, ma poi basta uscire dai luoghi più frequentati per rendersi conto che anziani, persone con difficoltà motorie e famiglie con bambini vengono spesso considerati un problema successivo, qualcosa a cui pensare se rimangono soldi.
Qui sta il punto politico: la fruibilità non è un accessorio della valorizzazione, è la valorizzazione stessa. Un luogo che non si può raggiungere, del quale non si conoscono gli accessi, che non offre informazioni chiare o che può essere utilizzato soltanto da una parte della popolazione vale molto meno come bene collettivo, anche se continua a essere magnifico nelle fotografie.
Continuiamo però a investire moltissimo sulla narrazione — eventi, promozione, comunicazione, slogan, campagne che devono convincere il visitatore che la Tuscia è autentica, incontaminata, lenta, segreta —, mentre molto meno visibile è il lavoro quotidiano necessario per far funzionare davvero quella promessa: sistemare sentieri, coordinare i Comuni, rendere riconoscibili gli accessi, controllare le concessioni, eliminare gli ostacoli dove possibile, creare aree di sosta, pubblicare informazioni aggiornate, costruire qualche percorso realmente accessibile e, soprattutto, verificare che ciò che viene pubblicizzato esista ancora nelle condizioni descritte.
Forse dovremmo stabilire una regola molto semplice: prima di promuovere un luogo bisogna renderlo fruibile; prima di inventare un nuovo itinerario bisogna mantenere quello che già abbiamo; prima di stampare una nuova brochure bisogna verificare che il percorso indicato sia percorribile; prima di parlare di turismo per tutti bisogna provare a raggiungere quei luoghi con un bastone, una carrozzina o semplicemente con le gambe di una persona di settantacinque anni.
Non è una questione marginale, riguarda il modello di sviluppo che vogliamo costruire, perché una Tuscia ridotta a scenografia per eventi e fotografie rischia di diventare bellissima da guardare e sempre meno nostra, mentre un territorio curato, leggibile e accessibile crea economia, qualità della vita e senso di appartenenza.
Per questo servirebbe un censimento vero, Comune per Comune, degli accessi ai laghi, dei percorsi pubblici, dei sentieri, delle aree naturalistiche e dei punti panoramici, indicando con chiarezza cosa è pubblico, cosa è privato, cosa è in concessione, cosa è accessibile, cosa non lo è e perché, trasformando finalmente la parola “valorizzazione” da slogan amministrativo in un impegno verificabile.
Perché un bene comune non è tale soltanto perché appartiene formalmente alla collettività: è comune quando la collettività può davvero raggiungerlo, riconoscerlo e viverlo. Forse il Viterbese dovrebbe cominciare proprio da qui: smettere di raccontare quanto è bella e iniziare a dimostrare quanto è realmente aperta. Forse, tra mille bandi pubblici con risorse pubbliche che spesso reclamizzano ciò che è indisponibile, si dovrebbe fare qualche bando per la mappatura di ciò che è accessibile.



















