

VITERBO – Zero vento. Mettetevi l’anima in pace, cercate pure un veliero, montate gli stralli, srotolate la randa più grande che avete in cantina: qui non si muove una foglia. Nemmeno a pagarla oro.
Avete presente la presentazione del libro di Filippo Rossi, venerdì scorso? C’avete messo piede? Avete provato a decifrare il sottotesto, a pescare la notizia vera in mezzo alle parole? A noi, guardando i fatti con il bilancino della cronaca vissuta, la rivelazione più lampante è sembrata proprio questa: il nulla cosmico. Zero vento.
Rossi torna in pista, e lo fa con un’opera che è, prima di tutto, un atto politico puro, un sasso nello stagno. Ebbene, alla fine della fiera, gli appassionati che si sono scomodati in un tranquillo e sonnolento venerdì pomeriggio si riducono a poco più di una manciata di addetti ai lavori. Abbiamo sfogliato e risfogliato le fotografie dell’evento. Se togli le prime, le seconde e le terze file della politica local – quella che si guarda allo specchio la mattina per darsi il buongiorno – nella rete rimane un pescato davvero scarso.
Rossi non tira? Mah. Per come soffia il vento del malcontento, per le cose che si dicono sottovoce nei bar, doveva registrare il pienone, strappare applausi, scuotere le coscienze. E allora, l’assenza sonora dei viterbesi che significa? La risposta è semplice, quasi disarmante: una distanza ormai siderale, incolmabile, tra le persone in carne e ossa e la classe dirigente.
Se neanche un animale politico come Rossi riesce a smuovere le acque, a sollevare un briciolo di brezza in questa città, allora prepariamoci. La campagna elettorale che abbiamo davanti è destinata a essere frequentata da quattro gatti spelacchiati. Gli informatori che abbiamo a destra, a manca e nel mezzo ci raccontano, non a caso, di una fatica immane persino a trovare le “carne da cannone” da infilare nelle liste. Sì, proprio loro: quelli che sanno benissimo che non varcheranno mai la soglia di Palazzo dei Priori, ma che servono come il pane per fare numero, per portare un po’ d’acqua al mulino, salvo poi subire la crudele presa per i fondelli di amici e conoscenti quando, al momento fatale della conta delle preferenze, scopriranno con l’amaro in bocca di non essere stati votati nemmeno dai vicini di casa.
Basta guardare i numeri, del resto. I dati impietosi delle urne viterbesi parlano chiaro e raccontano un trend che fa paura. Negli ultimi anni, ogni volta che si è trattato di eleggere il sindaco, la disaffezione è corsa a braccetto con il calo dell’affluenza.
Prendete le cronache elettorali recenti: alle comunali del 2018 l’affluenza al primo turno si fermava al 62,97% per crollare a un misero 46,39% al ballottaggio. Cinque anni dopo, nel 2022, il copione si è ripetuto con una patina di stanchezza ancora più spessa: 64,27% all’esordio e un desolante 47,42% per il secondo turno. Se facciamo un salto ancora indietro nel tempo, ai fasti (ormai lontani anni luce) del 2008 con Giulio Marini sindaco, si viaggiava su ben altri pianeti: 78,11% al primo turno e 61,95% al ballottaggio. Un altro mondo, un’altra partecipazione.
La verità è che la discesa è costante, verticale, inesorabile. E se la curva continua a scendere con questa precisione geometrica, andiamo dritti verso un futuro grottesco: alla fine, a Palazzo dei Priori ci entrerà chi riuscirà a vincere il premio di consolazione, diventando sindaco semplicemente votandosi da solo.


















