Politica viterbese, va in scena l'Aida
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Le sedie sono poche, i pretendenti molti e c'è vento di novità. Motivo per cui gli attuali attori sono di fatto i protagonisti del classico "gioco della sedia". Destinati a ballare, ballare, ballare sperando di trovare sempre una sedia al momento giusto. Ma per molti dei "ballanti" in scena non accadrà.

EDITORIALE – C’è preoccupazione nell’aria politica viterbese, è palpabile. Le votazioni si avvicinano: 2027 politiche e comunali nel capoluogo. Poi nel 2028 le regionali. Le sedie sono poche, i pretendenti molti e c’è vento di novità. Motivo per cui gli attuali attori sono di fatto i protagonisti del classico “gioco della sedia”. Destinati a ballare, ballare e ballare; sperando di trovare sempre una sedia al momento giusto. Ma per molti dei “ballanti” in scena non accadrà.

Allora cresce il nervosismo. Per i giornalisti termometro di tutto questo è quante volte ti squilla il telefono al giorno, quanti messaggi Whatsapp ricevi e quanti tentativi di “buttarla là” per scoprire qualcosa di “insaputo” ti trovi a fronteggiare durante il giorno. Chi ti offre il caffè, chi vuole fare un saluto. Un’eccitata frenesia fatta di politici ed entourage. Alla fine ci siamo addormentati e, come spesso ci capita, abbiamo fatto un sogno. Stavamo in un’arena, che è sempre un bel posto da cui osservare due cose: i giochi gladiatori e la lotta politica. I primi li hanno aboliti, per decenza cristiana. Sulla seconda pare non si possa. Il libretto che avevamo tra le mani diceva ‘Aida – Melodramma in quattro atti’. Ce li siamo visti tutti, faticoso anche nel sonno, ma non ci abbiamo capito molto. Abbiamo preso appunti e ve li raccontiamo.

Atto Uno – Il faraone e la “faraona”

Qui la trama è intrigata parecchio. C’è un faraone potente, che è a capo del regno di Regla. Sposato con una “faraona” o “faraonessa”, come volete, forse più potente di lui, seduta tra i regnanti di un agglomerato di stati che si chiama Brux. E poi c’è un piccolo regno, ma piccolo davvero eh, guidato dall’appartenente a una dinastia diversa (i cives). Faraone e “faraonessa” sono in ballo anche per il trono del piccolo regno. Solo che per prenderlo devono lasciare i troni più grandi. Potrebbe uno, potrebbe l’altra. La sensazione è che potrebbero, o forse vorrebbero, non l’abbiamo capito, entrambi. Non ricordiamo come va a finire perché ci siamo svegliati e abbiamo bevuto un bicchiere d’acqua (non del Nilo, fortunatamente). Per la cronaca: Aida non l’abbiamo vista.

Atto Due – Il faraone e lo scriba

In una sorta di “sdoppio”, di clone accidentale, del regno di Regla c’è un altro faraone. Anche lui proprio faraone: faccia da sfinge, sguardo millenario, bocca sigillata (anche senza le bende). Qui la faraonessa non c’è, ma si materializza “lo scriba”. Una scriba bravo eh. Al punto che tutti dicevano “menomale che c’è lo scriba, perché qui altrimenti chi le portava a segno le cose?”. E lo scriba faceva, comunicava (seppure per conto del faraone ufficiale), trattava, costruiva, ostacolava. Faceva tutto senza essere però faraone. Insomma era faraone negli impegni ma no nei meriti e nella gloria. Per lui solo un dietro le quinte un po’ strettino. No come quando ti bendano sia chiaro e anche ben nutrito ma pur sempre senza divinizzazione. Anche qui non sappiamo come è andata a finire, lo possiamo immaginare. Perché proprio mentre stavamo osservando lo scriba lavorare e vedere faraone un altro c’è venuto un brivido e ci siamo svegliati. In tutto l’atto però Aida non è arrivata.

Atto Tre – Il faraone stanco

In realtà questo faraone lo era stato e anche più volte. Faraone nel regno di Prov, in quello di Com e poi anche a Parl. Nel sogno l’abbiamo visto compilare un papiro con dei geroglifici. Un trattato su come si rimane sulla sedia da faraone. Era una scritta in demotico: il geroglifico del bastone, che significa “esperienza”; e il geroglifico delle pecore, che significa “consenso”. Poi abbiamo visto un grande vento gonfiarsi e tirarsi dietro tutte le microscopiche pietre di cui è fatto il deserto (la sabbia). Così il faraone stanco ha cercato di salvarsi, dicendo al vento: “Guarda che io ho consenso ed esperienza”. Ma il vento, non ci crederete, non l’ha ascoltato e l’ha superato. Anche qui Aida non l’abbiamo vista.

Atto Quarto – Il faraone che a tutti piaceva

Questo atto è durato pochissimo. Inizia tutto carino. E’ la scena di una vestizione. Il faraone è mastodontico, ha una grande stazza. Lo vestono con il copricapo dell’Alto Egitto, aggiungono quello del Basso Egitto, mettono l’anello. Intorno tutti lo guardano e tutti vogliono stare con lui. Piace talmente tanto che se lo sono “magnato”. Il dialetto è indispensabile per rendere l’idea di questa scena.

Poco prima di svegliarci ci siamo imbattuti in un coccodrillo, probabilmente un dio egizio. Aveva delle mascelle potentissime. Gli abbiamo chiesto di Aida. Ci ha risposto così: “Mi ha mandato proprio lei, per prepararle la strada. Tutti questi faraoni si affannano, si addannano, sopravvalutano il proprio acume e alla fine arrivo io. Sono il coccodrillo di Aida, il regalo che mamma Maryn le ha fatto per iniziare un nuovo calendario della storia egizia. Sono qui per verificare che il “faraone che a tutti piaceva” se lo siano davvero mangiato, che “il faraone stanco” sia stato superato dal vento, che “lo scriba” abbia seguito la sua natura e che i due regnanti abbiano saputo pesare davvero i troni e si siano convinti a non chiedere troppo al generoso cielo. Perché vi dico che un razzo luminoso sta per arrivare.

Certo che la mente, quando dorme, inventa mondi strani. Vi salutiamo che andiamo al parco con Champollion, porta a farsi le ossa i suoi cagnolini Stele (maschio) e Rosetta (femmina). Presto andranno in scena.

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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