Petroselli, l’uomo nato tra il rosso e il Vangelo
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La cultura comunista del padre e la fede cattolica della madre formarono un sindaco capace di parlare agli ultimi senza odio ideologico e di trasformare la politica in servizio umano [...].

IL DOMENICALE – Ci sono uomini politici che appartengono a una parte e poi ce ne sono alcuni che nascono dentro fratture profonde della società italiana e riescono, proprio per questo, a comprenderla meglio degli altri. Luigi Petroselli fu uno di questi.

La sua storia comincia a Viterbo dentro una casa dove convivevano due mondi che nell’Italia del Novecento spesso si guardavano con sospetto: il comunismo popolare e il cattolicesimo vissuto. Il padre era un tipografo comunista, militante politico, uomo del lavoro e delle lotte sociali. La madre era una donna profondamente cattolica. Non erano soltanto due idee diverse. Erano due culture complete, due modi di guardare il dolore, la giustizia, la dignità umana, in quella famiglia, però, non vinse l’odio ideologico che per decenni avrebbe spaccato l’Italia. Vinse una forma di umanesimo popolare che avrebbe segnato per sempre Petroselli.

Da una parte imparò il valore della giustizia sociale, della difesa dei lavoratori, dell’idea che la politica dovesse combattere le disuguaglianze concrete e non limitarsi ai discorsi. Dall’altra assorbì il senso della compassione, dell’attenzione verso gli ultimi, della centralità della persona umana. È difficile capire davvero Petroselli senza comprendere questo intreccio. Non è un caso che da ragazzo frequentasse persino il seminario pensando al sacerdozio, pur senza rinnegare la propria formazione comunista. Dentro di lui non viveva il materialismo freddo di certa politica ideologica. Viveva piuttosto l’idea quasi evangelica che stare accanto ai poveri, alle periferie, ai dimenticati fosse un dovere morale prima ancora che politico. In fondo, la grande forza di Petroselli fu proprio questa: riuscì a interpretare il meglio di due mondi che spesso avevano scelto di combattersi invece di parlarsi.

Dal comunismo popolare prese il senso dell’organizzazione collettiva, la dignità del lavoro, il rifiuto delle ingiustizie sociali, la convinzione che le periferie non dovessero essere considerate luoghi marginali ma il cuore stesso della città. Dalla cultura cattolica assorbì invece una visione profondamente umana della politica. Non amministrava le persone come numeri. Le incontrava. Le ascoltava. Cercava il contatto diretto con i cittadini, soprattutto con quelli più fragili. Quando divenne sindaco di Roma non governò come un burocrate chiuso nei palazzi ma come un uomo che sentiva quasi fisicamente il dolore urbano delle borgate, del degrado, della solitudine sociale.

Oggi questo può sembrare normale. In realtà non lo era affatto. La politica italiana era ancora segnata da muri ideologici rigidissimi, Petroselli riusciva a parlare sia al popolo comunista sia a molti mondi cattolici popolari, perché appariva autentico, non recitava una parte. Anche il suo rapporto con la città aveva qualcosa di profondamente umano e quasi pastorale. Le prime pedonalizzazioni dei Fori Imperiali, l’attenzione alle periferie, la difesa delle aree verdi, la valorizzazione culturale della città non nascevano soltanto da una visione urbanistica moderna. Nascevano da un’idea precisa: una città deve essere fatta per le persone e non per il profitto o per il traffico, ed è forse qui che la sua lezione torna attuale anche oggi, in un tempo in cui le identità politiche sembrano spesso superficiali, aggressive o costruite sui social. Petroselli apparteneva a una generazione in cui la politica nasceva ancora da comunità reali: sezioni, parrocchie, cooperative, sindacati, associazioni popolari. Luoghi dove si imparava a discutere, ad ascoltare, persino a convivere con idee differenti.

Per questo la sua figura continua a colpire anche chi non condivide più né la tradizione comunista né quella cattolica. Perché rappresenta qualcosa che oggi sembra rarissimo: una politica capace di unire giustizia sociale e umanità, conflitto e dialogo, popolo e istituzioni. La sua morte improvvisa nel 1981 lasciò in molti la sensazione che si fosse interrotta non soltanto una stagione politica, ma un modo stesso di intendere il rapporto tra amministratori e cittadini. Ai suoi funerali si ritrovarono insieme mondi diversi: il presidente Sandro Pertini, il cardinale vicario Ugo Poletti, dirigenti comunisti, persone delle borgate, lavoratori, credenti e laici.

Forse perché Petroselli aveva incarnato qualcosa che l’Italia di oggi fatica perfino a immaginare: la possibilità che culture diverse possano non cancellarsi a vicenda ma generare insieme una politica più umana.

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