Petroselli, il sindaco che parlava alle periferie
petroselli
Masicar800x120-optimize
Un sindaco nato nella Tuscia che trasformò Roma mettendo al centro periferie, lavoratori e comunità, quando la politica era ancora presenza umana e non marketing permanente. La sua morte improvvisa nel 1981 interruppe una stagione che molti romani ricordano ancora come una delle poche in cui il Campidoglio sembrò davvero appartenere alla città e non ai gruppi di potere. Ai funerali parteciparono persone diversissime tra loro: il presidente Sandro Pertini, il cardinale vicario Ugo Poletti e perfino Jacques Chirac. Forse perché Petroselli era riuscito in qualcosa che oggi sembra quasi scomparso: fare politica senza smettere di essere umano.

IL DOMENICALE / EDITORIALE – Nella politica italiana ci sono amministratori che hanno governato città. E poi ci sono uomini che hanno provato a cambiare il significato stesso della parola città. Luigi Petroselli apparteneva a questa seconda categoria.

Era nato a Viterbo, figlio di un tipografo comunista e di una madre cattolica, dentro una famiglia popolare dove ideologie diverse convivevano senza trasformarsi in odio. Forse anche per questo Petroselli non diventò mai un politico settario. Aveva il temperamento del militante, ma lo sguardo del costruttore. Da ragazzo frequentò persino il seminario, pensando al sacerdozio, senza rinnegare il comunismo. Una contraddizione solo apparente: in lui esisteva già l’idea che la politica dovesse avere una dimensione quasi morale, capace di stare accanto agli ultimi e non semplicemente di occupare il potere. La sua storia politica nasce nelle campagne della Tuscia, nelle lotte per la riforma agraria, accanto ai contadini che occupavano terre lasciate improduttive. Per quelle battaglie fu arrestato e condannato.

Oggi un’esperienza del genere verrebbe probabilmente ridotta a estremismo o propaganda. Dentro quell’episodio c’era già il cuore della sua idea di politica: il potere non serve a custodire privilegi ma a riequilibrare disuguaglianze. Petroselli non fu un uomo costruito dai talk show, dai social o dagli spin doctor. Non parlava per slogan e non viveva inseguendo il consenso minuto per minuto. Studiava urbanistica, trasporti, servizi pubblici, periferie. Faceva politica nel senso più concreto e difficile del termine: provare a migliorare la vita quotidiana delle persone.

Da segretario del PCI romano comprese una cosa che ancora oggi molte classi dirigenti fingono di non capire: una città muore non quando crollano i monumenti, ma quando vengono abbandonate le periferie, quando i servizi spariscono, quando i cittadini smettono di sentirsi parte di una comunità. Per questo, da sindaco di Roma, cercò di ricucire la distanza tra centro e borgate. Parlava con la gente, camminava nei quartieri popolari, considerava il contatto diretto con i cittadini una parte essenziale dell’amministrazione. Non governava dai salotti ma dalle strade. E forse è proprio questo che lo rese così amato dal popolo e così guardato con fastidio da una parte delle élite del tempo, che lo liquidavano come un semplice “funzionario di partito”.

Molte intuizioni di Petroselli sembrano ancora oggi più moderne delle retoriche contemporanee sulle smart city. Fu lui a promuovere le prime pedonalizzazioni dei Fori Imperiali, quando parlare di riduzione del traffico privato sembrava quasi una follia. Fu lui a difendere le aree verdi e a immaginare una città meno schiacciata dalle automobili e dalla speculazione edilizia. Fu lui, insieme ad Antonio Cederna, a pensare una valorizzazione dell’area archeologica centrale della capitale non come semplice cartolina turistica ma come spazio pubblico restituito ai cittadini. Aveva compreso una verità che oggi sembra dimenticata: le città non si salvano soltanto con gli investimenti o con gli eventi. Si salvano creando legami. Facendo sentire le persone parte di qualcosa. Per questo sostenne anche l’idea dell’“Estate Romana” di Renato Nicolini: la cultura non come lusso per pochi, ma come diritto collettivo, occasione di incontro, antidoto alla solitudine urbana.

Oggi, in un tempo in cui gran parte della politica sembra ridotta a propaganda permanente, Petroselli colpisce per una ragione semplice: sembrava interessato più alle persone che alla propria immagine. Non costruiva personaggi. Costruiva relazioni, quartieri, servizi, appartenenza ed è forse questo che rende ancora attuale la sua lezione anche per territori come la Tuscia. Perché il problema delle aree interne, dei centri storici che si svuotano, dei giovani che partono, delle periferie lasciate sole, non si affronta con gli slogan sul rilancio o con le inaugurazioni continue. Si affronta tornando a una politica capace di ascoltare, programmare e stare dentro i problemi reali delle persone.

Anche la sua origine viterbese non è un dettaglio secondario. Dentro Petroselli c’era quella cultura popolare della provincia italiana fatta di piazze, artigiani, cooperative, sezioni politiche, relazioni umane vere. Un mondo imperfetto ma vivo, dove la politica era presenza concreta e non algoritmo elettorale. La sua morte improvvisa nel 1981 interruppe una stagione che molti romani ricordano ancora come una delle poche in cui il Campidoglio sembrò davvero appartenere alla città e non ai gruppi di potere. Ai funerali parteciparono persone diversissime tra loro: il presidente Sandro Pertini, il cardinale vicario Ugo Poletti e perfino Jacques Chirac. Forse perché Petroselli era riuscito in qualcosa che oggi sembra quasi scomparso: fare politica senza smettere di essere umano.

Stati Generali 02 800x120
Le più avanzate soluzioni tecnologiche oggi ci mettono a disposizione pacemaker e persino cuori artificiali, braccia e gambe meccanici che sopperiscono ad un handicap fisico, chip sottocutanei per pagare con il pos e aprire porte e siamo sulla buona strada per restituire la vista ai non vedenti mediante microtelecamere collegate al nervo ottico. Si va verso un uomo sempre più cibernetico? Fino all’estremo: perché per ora l’unico organi insostituibile appare il cervello… dove si formano i nostri pensieri e conserviamo il senso della nostra identità…
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

ance
CAMCOMRIVT-banner-web-300x150
400 Confartigianato
CNA 300x300
aiac_banner_01
POST FB 02
asvis 2
domenicale post
Onda
TdP_Inalazioni
lafune_300 x 600
monastero interno
Fune 300x300
Masicar300x300-optimize
Jeep_Compass_apex_300x300_200
Foto Fisioterapy Center