Il Triduo continua a parlare anche a chi non crede
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Gli Stati Generali La Fune
La forza dei riti in una società che dimentica. Il rito è una forma di tempo condiviso. È qualcosa che si ripete, ma non per inerzia. Si ripete perché crea continuità, perché lega il presente al passato, perché offre un linguaggio comune anche quando mancano le parole.

SETTIMANA SANTA – Viviamo in un tempo che dimentica in fretta. Le notizie scorrono, le immagini si consumano, le esperienze si accavallano senza lasciare sedimentazione. Tutto accade e subito passa. È la cifra della nostra epoca: velocità, frammentazione, solitudine. Eppure, dentro questo tempo così instabile, ci sono gesti che resistono. Ogni anno, nella Tuscia come altrove, il Triduo pasquale richiama persone diverse, con storie, convinzioni e sensibilità lontane tra loro. Non tutti credono, non tutti partecipano allo stesso modo.

Eppure molti si fermano, osservano, si lasciano coinvolgere. Perché? La risposta non sta soltanto nella religione. Sta nella natura stessa del rito. Il rito è una forma di tempo condiviso. È qualcosa che si ripete, ma non per inerzia. Si ripete perché crea continuità, perché lega il presente al passato, perché offre un linguaggio comune anche quando mancano le parole. In un mondo in cui tutto cambia rapidamente, il rito rappresenta una soglia stabile, un punto di orientamento. Ma c’è di più. Il rito è uno dei pochi spazi rimasti in cui si può vivere un’esperienza collettiva non mediata. Non attraverso uno schermo, non attraverso un algoritmo, ma fisicamente, insieme agli altri. Si cammina insieme, si sta in silenzio insieme, si attende insieme. È un’esperienza elementare, ma oggi rarissima. E proprio per questo parla anche a chi non crede.

Perché non chiede necessariamente adesione a una fede, ma propone una forma di partecipazione. Permette di esserci, di osservare, di condividere uno spazio e un tempo senza dover dichiarare una posizione. In un’epoca segnata da identità rigide e contrapposizioni, questa apertura è tutt’altro che scontata. C’è poi un elemento più profondo, che riguarda la condizione contemporanea. Viviamo una crisi della comunità. Le relazioni si fanno più fragili, i legami meno duraturi, le appartenenze più deboli. Le città crescono, ma spesso producono isolamento. I social connettono, ma non sempre uniscono. La solitudine non è più un’eccezione: è diventata una condizione diffusa. In questo contesto, i riti assumono un valore nuovo. Non sono soltanto memoria del passato. Sono risposte, anche parziali, a un bisogno presente: quello di sentirsi parte di qualcosa. Di condividere un’esperienza che non sia solo individuale. Di riconoscersi, anche per poco, dentro un “noi”.

Il Triduo, nella sua forma antica e apparentemente immutabile, riesce ancora a fare questo. Non perché sia perfetto, non perché parli allo stesso modo a tutti, ma perché offre uno spazio comune. Uno spazio in cui le differenze non vengono cancellate, ma sospese. In cui è possibile stare insieme senza dover essere uguali. È forse questa la sua forza più grande. In una società che dimentica, il rito ricorda. In una società che divide, il rito unisce. In una società che accelera, il rito rallenta. E nel rallentare, restituisce qualcosa che rischiavamo di perdere: la possibilità di vivere il tempo non solo come successione di impegni, ma come esperienza condivisa. Forse è per questo che, nonostante tutto, questi riti continuano a resistere. Non come reliquie, ma come presenze vive. Non come obblighi, ma come opportunità. Per credenti e non credenti, in modi diversi. Perché, al fondo, parlano a una domanda che riguarda tutti: come si costruisce, oggi, un senso di appartenenza che non escluda, che non divida, che non lasci soli? La risposta non è semplice. Ma ogni volta che una comunità si ritrova, anche solo per pochi giorni, una possibile direzione si intravede.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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