
EDITORIALE – C’è un modo di vivere che permette di attraversare l’esistenza senza avere combinato nulla. Lo si concretizza sposando, con sommo giuramento di fedeltà, il benaltrismo. Si tratta di una forma mentis, in verità piuttosto allettante, che ti porta a uccidere il tempo parlando e straparlando su ogni questione. Il tutto spostando l’attenzione sempre altrove, perché c’è sempre bisogno di “ben altro” e tutto il fattibile cognitivamente conosciuto doveva essere fatto in “benaltra” maniera.
Antica “religione” a cui si sono votati interi popoli è diventata palese grazie all’era dei social network. Nelle lande di Facebook soprattutto il benaltrista pasce tronfio il suo bisogno. E tutto commenta e tutto critica. Facendo carne di porco anche della realtà e dei numeri che la rappresentano e rendono analizzabile e raccontabile. Nei limiti dell’umano, sia ben chiaro.
Così è frequente imbattersi, in questi giorni, in una rappresentazione di Viterbo come terra della desolazione. Quasi che la dimensione fosse nuova e che si sia registrato un peggioramento. I numeri delle presenze turistiche invece raccontano un’altra realtà. Confermata dall’incremento, nel tessuto urbano del capoluogo, di B&B, case vacanza, ristoranti e attività che per esistere hanno bisogno di “giro”.
Certo c’è da viaggiare un anno luce in una precisa direzione ottimale prima di raggiungere una situazione davvero appagante ma è da ammettere, per onestà, che ci sono segnali positivi. Che c’è una parte della città che si sta muovendo, che inizia a coltivare una visione possibile di sviluppo, che inventa prodotti, piatti, servizi nuovi.
Come c’è anche qualche figura, pure politica, di buona volontà che crede davvero nella crescita e cerca, con tutti i limiti propri per carità, di aggiungere qualche tassello a un mosaico tanto importante quanto complicato da costruire. Forse proprio questo soffia sul fuoco dei benaltristi, che si sentono in dovere di minimizzare, screditare, sminuire, produrre nebbia a manovella affinché non si veda una, seppur lenta, certa trasformazione in atto. C’è da pedalare, in maniera da perderci i polmoni. Ma solo pedalando si andrà oltre la collina. Lì si avrà chiara la consapevolezza che il provincialismo sta proprio nella cultura del benaltrismo, della critica sempre e comunque.


















