

VITERBO – La Tuscia rischia di diventare il grande retrobottega del Centro Italia. Il territorio accanto dove collocare ciò che altrove provocherebbe proteste, ricorsi, barricate politiche e rivolte civiche. Pale eoliche alte come grattacieli, distese di fotovoltaico industriale sui terreni agricoli, consumo di suolo crescente, servitù energetiche, ipotesi di depositi di scorie nucleari. Un pezzo alla volta, il Viterbese viene trattato come uno spazio vuoto. Una periferia sacrificabile. Una terra abbastanza debole da poter essere occupata senza troppe resistenze. È questa la vera questione politica che nessuno vuole affrontare.
Fra Montalto di Castro e Tuscania avanzano altri due enormi progetti eolici della stessa società privata: tredici torri alte fino a 236 metri. Colossi d’acciaio destinati a cambiare per sempre il paesaggio della costa e dell’entroterra. E mentre si parla continuamente di transizione ecologica, la provincia di Viterbo continua a detenere un primato inquietante: quello del più alto consumo di suolo pro capite del Lazio, quasi quattro volte la media regionale. Una contraddizione gigantesca di cui si discute troppo poco.
Perché la transizione energetica sta rischiando di diventare, in molte aree interne, una gigantesca operazione finanziaria e immobiliare mascherata da ambientalismo. I grandi gruppi comprano o occupano superfici immense, trasformano paesaggi agricoli in piattaforme industriali energetiche e lasciano ai territori gli impatti permanenti. Ai cittadini restano le servitù. I profitti invece prendono altre strade. La domanda vera allora è semplice: perché proprio qui? Perché la Tuscia viene continuamente individuata come territorio “idoneo” per tutto ciò che altrove non si vuole? Perché qui sì e altrove no? Perché il Viterbese sembra diventare automaticamente il candidato ideale ogni volta che serve collocare qualcosa di ingombrante, invasivo o potenzialmente rischioso?
Lo stesso schema emerge nella vicenda del deposito nazionale di scorie nucleari. La provincia di Viterbo è stata indicata con ben 21 aree potenzialmente idonee. Ventuno. Come se questo territorio fosse naturalmente predisposto a ricevere il peso ambientale del Paese. La Tuscia convive già con criticità ambientali enormi. Radon, arsenico nelle acque, pesticidi, inquinamento industriale storico, centrali energetiche. In un’intervista del 2024, l’oncologo Angelo Di Giorgio ricordava come il Viterbese presenti un’incidenza tumorale fra le più alte del Centro Italia e denunciava il rischio di aggravare ulteriormente una situazione già delicata. Ma il problema
non è soltanto ambientale. È culturale e politico.
La Tuscia paga decenni di subalternità. Troppo spesso questo territorio non ha avuto la forza di imporre una propria idea di sviluppo. E quando un territorio non decide cosa vuole essere, saranno altri a deciderlo per lui. Così il Viterbese rischia di trasformarsi lentamente nella grande periferia di servizio della Capitale: terra di energia prodotta per altri, paesaggi sacrificati per altri, infrastrutture imposte da altri, mentre i giovani continuano ad andarsene, i borghi si svuotano e il lavoro stabile resta sempre più raro. È il paradosso più feroce: un territorio straordinario trattato come una zona residuale.
Perché la Tuscia non è un vuoto geografico. È agricoltura, paesaggio, archeologia, turismo lento, biodiversità, storia, terme, cultura, produzioni di qualità. È uno dei territori più belli e delicati d’Italia. Ma se continua a essere percepita soltanto come uno spazio disponibile, finirà per perdere proprio ciò che la rende unica. E allora serve una domanda brutale, definitiva, che la politica locale continua a evitare: quale futuro vuole davvero la Tuscia? Vuole diventare una piattaforma energetica disseminata di impianti industriali, servitù e compensazioni economiche? Oppure vuole costruire un modello diverso fondato sulla qualità del territorio, sull’agricoltura innovativa, sul turismo stanziale, sulla ricerca, sulle comunità energetiche diffuse, sulle rinnovabili compatibili e sulla tutela del paesaggio?
Perché non tutte le energie rinnovabili sono automaticamente sostenibili. Se divorano suolo agricolo, alterano ecosistemi, desertificano il paesaggio e vengono calate dall’alto senza una strategia territoriale, rischiano semplicemente di sostituire una forma di sfruttamento con un’altra. La verità è che oggi la Tuscia sta combattendo una battaglia molto più grande delle singole pale eoliche o dei singoli impianti. Sta combattendo per non essere considerata il territorio del vicino accanto dove buttare tutto ciò che gli altri non vogliono vedere. Quando un territorio viene ridotto a questo, il rischio più grande non è soltanto ambientale. È perdere dignità, identità e sovranità sul proprio futuro.

















