
VITERBO – La Regione finanzia nuove microforeste, mette a disposizione le piante e sostiene anche i costi della manutenzione. I Comuni hanno allora una grande occasione: non scegliere semplicemente dove mettere qualche albero, ma chiamare cittadini, scuole, associazioni ambientaliste e realtà del Terzo settore, chiedere loro di proporre le aree e soprattutto di adottarle nel tempo. Gli alberi pubblici non hanno bisogno di padrini, hanno bisogno di custodi.
C’è un modo vecchio di intendere la sostenibilità: si annuncia una piantumazione, si contano gli alberi, si realizza un video, arrivano amministratori e fotografi, si mette qualche pianta a dimora e dopo qualche mese nessuno sa più quanti di quegli alberi siano sopravvissuti, chi li abbia annaffiati durante l’estate, chi abbia sostituito quelli morti, chi abbia controllato che il terreno e le specie scelte fossero adatti.
Poi potrebbe essercene uno nuovo. La Regione Lazio ha aperto con il progetto Ossigeno un avviso per realizzare microforeste eco-pedagogiche, mettendo a disposizione complessivamente 500 mila euro, fino a 30 mila euro per ciascun intervento, fornendo direttamente le piante autoctone e finanziando anche messa a dimora, irrigazione, depavimentazione, recinzioni e manutenzione. Tra gli obiettivi dichiarati ci sono biodiversità, miglioramento della qualità dell’aria, contrasto alle isole di calore, educazione ambientale e partecipazione delle comunità.
Prendiamo sul serio proprio quest’ultima parola: partecipazione. Il Comune potrebbe fare una cosa molto semplice: invece di partire da un progetto già confezionato o dalla proposta di chi ha saputo comunicarla prima degli altri, potrebbe chiamare pubblicamente la città e chiedere a cittadini, associazioni ambientaliste, comitati di quartiere, scuole e realtà del Terzo settore di adottare una microforesta.
Adottare, non appropriarsene. Significa individuare un’area che, secondo chi la vive ogni giorno, ha bisogno di verde, proporla al Comune, spiegare perché proprio lì gli alberi potrebbero produrre un beneficio maggiore e soprattutto dichiarare la propria disponibilità a seguirla negli anni.
Il Comune resterebbe naturalmente il soggetto pubblico responsabile, verificherebbe la disponibilità dell’area, i vincoli, il terreno, i sottoservizi, l’accesso all’acqua, la compatibilità delle specie e l’effettiva utilità ambientale dell’intervento, poi sceglierebbe motivatamente quali proposte candidare. Ma la città avrebbe partecipato prima, non dopo, e soprattutto avremmo risolto uno dei problemi che accompagna troppe piantumazioni: la manutenzione.
Le stesse FAQ regionali prevedono esplicitamente che i lavori di manutenzione possano essere eseguiti dall’ente oppure mediante un accordo con un ente del Terzo settore, e consentono che questi costi siano inseriti nel progetto o considerati come cofinanziamento. Non stiamo quindi immaginando un meccanismo estraneo allo spirito del bando, stiamo semplicemente portandolo alle sue conseguenze più interessanti.
Un’associazione ambientalista potrebbe adottare una piccola area verde, una scuola potrebbe seguire una microforesta utilizzandola anche come laboratorio didattico, un gruppo di cittadini potrebbe prendersi cura degli alberi del proprio quartiere, un comitato potrebbe organizzare giornate periodiche di controllo e manutenzione, naturalmente dentro regole precise stabilite dal Comune e senza sostituirsi alle competenze tecniche necessarie.
Potrebbe esserci una piccola targa che dica semplicemente che quell’area è adottata da una determinata scuola, associazione o comunità di cittadini: non una sponsorizzazione commerciale, non l’appropriazione di uno spazio pubblico, ma la dichiarazione pubblica di una responsabilità.
Cambierebbe completamente il significato dell’operazione: la competizione non sarebbe più su chi riesce a dire per primo che vuole piantare cento o mille alberi, ma su chi presenta l’area più utile e soprattutto garantisce maggiore capacità di cura.
Perché annunciare cento alberi è facile, farne vivere cento per dieci anni è molto più difficile, ed è proprio qui che anche gli spot e le campagne promozionali tornerebbero al loro posto, perfettamente legittimi strumenti attraverso i quali chiunque può proporre un’idea, ma incapaci di produrre un diritto di precedenza.
Avere comunicato per primi un progetto non significa aver prenotato gli alberi, l’area o il finanziamento: se l’idea è buona parteciperà alla procedura insieme alle altre e potrà perfino risultare la migliore, ma partirà dallo stesso punto. È questo che dovrebbe garantire il Comune.
Una chiamata pubblica, criteri conosciuti prima, valutazione tecnica delle aree, disponibilità all’adozione, impegni sulla manutenzione e infine la scelta dei progetti da presentare alla Regione, perché il vero risultato del progetto Ossigeno non dovrebbe essere poter dire fra un anno quanti alberi abbiamo piantato. Si dovrebbe poter tornare nello stesso posto fra cinque anni e trovarli ancora lì, cresciuti, curati, capaci di fare ombra e diventati parte del quartiere.
Gli alberi non hanno bisogno di testimonial. Hanno bisogno di cittadini disposti ad adottarli.



















