
EDITORIALE – Vittorangelo Orati non è più tra noi. La notizia mi è arrivata sul finire di un ingarbugliato sabato pomeriggio, per email. A scriverla il professore Mauro Moresi, con una lettera dove al comunicato inviato a tutti aggiunge qualche riga strettamente personale.
Orati e Moresi li ho conosciuti nello stesso periodo e frequentati spesso per una vicenda che aveva a che fare con la volontà di rinnovamento. Battaglia bellissima che mi portò a scrivere molto e a vivere esperienze importanti.
Con Orati mi è capitato di sentirmi diverse volte anche in seguito. Sono stato ospite a casa sua e insieme ci siamo trovati a parlare per ore. Un vulcano. Per me “professore”, mai una volta – nonostante la confidenza – mi sono rivolto a lui senza fare riferimento al titolo. Lui, dal canto suo, mai si è rivolto a me senza appellarmi dottore. Una dimensione di formalità informale, la definirei cortesia del rispetto.
Sapevo che aveva problemi di salute. Mi aveva telefonato per parlarmi di una sua idea e mi aveva fatto questa confidenza. Mi capita spesso nella vita di tutti i giorni di pensare ad alcune parole del professore e continuerò a portarlo con me. In modo particolare la sua intelligenza e il suo spirito critico vengono a trovarmi mediante la teoria di Schumpeter. Che Orati mi sintetizzo così: la moneta cattiva scaccia quella buona.
Ed è una teoria che mi permette e può, in generale, permettere di dare un senso a tante cose assurde che ci accadono intorno: dal mondo della politica, come in quello degli affari o più banalmente nella scelta dei professionisti (fossero anche idraulici o piastrellatori). Una teoria che dovrebbe farci capire l’importanza del rigore, per evitare che sistemi vitali per la democrazia la libertà e la dignità umana si infettino dei peggiori. Segregando nel buio i migliori. Riposa in pace, professore.
Per me siamo ancora lì, nel tuo salotto, a mangiare pezzi di arancia candita ricoperti di cioccolata e a parlare della pazzia del mondo.


















