

VITERBO – La damnatio memoriae era una pratica spiccia con cui in epoca romana, soprattutto imperiale, si cancellavano la figura, le opere, insomma la memoria visiva e storica di un personaggio considerato malvagio o scomodo. La pratica è proseguita per molto tempo nel corso della storia, utile al nuovo vincitore per cancellare il più possibile il ricordo del vinto, utile alla comunità per allontanarsi sempre più da un periodo buio.
Karl Mannheim, raccontando il passaggio da uno stato rivoluzionario a uno stato giustificazionista del nuovo assetto di potere, nota che la rimozione del passato serve al nuovo regime per soffocare nell’immaginario collettivo qualsiasi benevolenza verso il nemico vinto. Diventa una sorta di allontanamento non solo politico, ma anche culturale.
Con l’avvento del pensiero liberale e poi della democrazia, la damnatio memoriae è stata considerata un’operazione repressiva, mentre si è dato spazio piuttosto alla denuncia, alla dimostrazione critica della necessità del superamento e del rifiuto di un regime, di un ideale, di una prassi considerati negativi. Questo, per il rispetto della storia, comunque magistra vitae. Quindi il ricordo anziché essere celebrato, o al contrario cancellato, viene sistematicamente processato per sottolineare pedagogicamente l’utilità e la necessità di respingerlo ai margini dell’etica politica della convivenza civile e democratica.
Così oggi sono soprattutto le dittature ad usare la mano forte contro i simboli della democrazia e della libertà. Quindi la damnatio memoriae è soprattutto una manifestazione di paura verso il passato. E non è un’operazione tanto di carattere politico, quanto di carattere culturale. Una Costituzione, una legge dello Stato può certamente vietare la ricostituzione di organizzazioni e partiti politici considerati sorpassati, pericolosi, comunque ostili e deleteri per il corrente assetto politico; c’è la storia a dimostrarlo.
Ma altro è il corredo simbolico, cioè il prodotto culturale, che in qualche modo viene a strutturare la storia. A meno di non diventare un documento illecito sul piano morale (un’affermazione razzista, un’offesa al sentimento pubblico, una minaccia ricorrente, l’esaltazione della figura e del ricordo di un personaggio malvagio come la statua di un dittatore, ecc.) la testimonianza del passato deve essere collezionata a favore del patrimonio storico di una comunità. Altrimenti si potrebbe chiedere, da parte dei cristiani, la distruzione del Colosseo, luogo di morte e tortura dei martiri; o la distruzione di Auschwitz. Tanto per fare due facili esempi.
A dire il vero, recentemente si è andata allargando una cancel culture, intesa come estremizzazione della altrimenti civilissima cultura woke. La cancel culture predica la cancellazione di documenti, testimonianze, simboli, monumenti che in qualche modo ricordano atti di razzismo o di sessismo. Si pensi all’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo o di Winston Churchill, accusati di aver aperto le porte al colonialismo. Ma allo stesso tempo toccando il ridicolo non tanto nel cancellare, quanto nell’alterare la storia fino a violentare il buon senso, come nel caso dell’Elena di Troia nera. La cancel culture appare assolutistica, usando gli stessi metri operativi del Torquemada che mandava al rogo opere e personaggi sgraditi alla “lettera” di certo cristianesimo.
Quanto al caso dell’attuale sede del Liceo Classico di Viterbo, ci si dovrebbe chiedere quale delle diverse intitolazioni salvare (certo non tutte), ma soprattutto se è necessario salvare le fasi intermedie della vita della costruzione. Perché di questo passo aver restituito la fisionomia gotica duecentesca al Palazzo dei Papi, che è stato per secoli celato dietro le peggiori superfetazioni vescovili, potrebbe costituire un falso… La foto più antica del Palazzo non sembra contenere iscrizioni, ci si può attenere a questo dettaglio e magari affidare a un’apposita tavola rievocativa l’illustrazione delle varie fasi del suo utilizzo.
Anche perché questa attenzione codina ai principi della conservazione non è stata applicata con particolare cura ad altri edifici storici, o che comunque caratterizzavano la fisionomia urbanistica della città. Non dico in passato (penso agli obbrobri della Torre di S. Biele, all’abbattimento della Torre di Rolando a Corso Italia, ai silos davanti alle mura urbiche del Carmine tra i tanti) ma di recente — lo ripeto anche qui — con la distruzione di Castel Firenze, reo di non essere di interesse pubblico, nonostante rappresentasse un particolare esempio di tardo liberty.
Comunque, la democrazia non deve aver paura di una scritta littoria. Deve preoccuparsi piuttosto di un pensiero littorio e magari interrogare anche sé stessa, con spirito autocritico e senza retoriche indignazioni, sulle cause che a tale pensiero hanno dato spazio e opportunità.

















