

IL DOMENICALE – Il PNRR ha consentito di recuperare edifici, acquistare apparecchiature, digitalizzare servizi e costruire una rete sanitaria territoriale nuova, ma c’è una risorsa che nessun finanziamento straordinario può garantire automaticamente e senza la quale tutto il resto rischia di funzionare molto meno di quanto dovrebbe: sono le persone che ogni giorno devono aprire quelle porte, utilizzare quelle tecnologie, visitare i pazienti, assisterli, accompagnarli e prendere decisioni.
La questione del personale riguarda l’intero Servizio sanitario nazionale; nella Tuscia, però, assume caratteristiche particolari perché bisogna tenere insieme il Santa Rosa, gli altri presidi ospedalieri, i Pronto soccorso, la medicina territoriale, le nuove Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità, l’assistenza domiciliare e una rete di servizi distribuiti su un territorio vasto, con centri molto diversi tra loro per popolazione, collegamenti e capacità di attrarre professionisti.
Le procedure di reclutamento e le manifestazioni di interesse che continuano a essere utilizzate per diverse professionalità mostrano quanto sia difficile coprire alcuni fabbisogni, soprattutto nei servizi più esposti e nei presidi periferici. Ma il problema non si risolve limitandosi a contare quanti medici o infermieri mancano: bisogna chiedersi quale organizzazione del lavoro vogliamo costruire e quali condizioni possiamo offrire a chi dovrebbe scegliere di lavorare nella sanità pubblica della provincia.
Il rischio più immediato è quello della coperta corta: rafforzare la sanità territoriale spostando personale dall’ospedale, oppure difendere gli organici ospedalieri lasciando le nuove strutture territoriali molto al di sotto delle loro possibilità. In entrambi i casi avremo un sistema formalmente più grande ma non realmente più forte, perché si limiterebbe a ridistribuire la stessa carenza.
Servono quindi nuove assunzioni, ma anche programmazione, stabilità, formazione e capacità di rendere attrattive le sedi meno centrali. Chiedere a un giovane medico di scegliere un presidio distante da Roma o dal capoluogo, oppure a un infermiere di costruire il proprio percorso professionale in un’area interna, richiede condizioni che rendano quella scelta sostenibile e interessante, e non può essere affidato soltanto al senso di responsabilità individuale. Occorre ragionare sugli incentivi, sulle possibilità di crescita professionale, sulla qualità dell’organizzazione, sui carichi di lavoro, sui servizi disponibili nei territori e anche sulle opportunità di formazione, perché un professionista sceglie dove lavorare non soltanto in base allo stipendio, ma anche in base alla possibilità di imparare, fare esperienza, non essere lasciato solo e costruire una prospettiva.
La nuova sanità territoriale richiede inoltre figure e funzioni che devono essere valorizzate molto più di quanto accadesse nel vecchio modello, a cominciare dagli infermieri di famiglia e di comunità, che in una provincia anziana possono diventare fondamentali per seguire le fragilità, controllare le cronicità, intercettare un peggioramento e mantenere il collegamento tra domicilio, medico di famiglia e servizi sanitari. Anche i medici di medicina generale dovranno essere parte reale della nuova organizzazione, perché una Casa della Comunità che non dialoga con chi conosce quotidianamente i pazienti rischia di diventare un altro livello burocratico, mentre l’obiettivo dovrebbe essere esattamente l’opposto: ridurre i passaggi inutili e fare in modo che le informazioni seguano la persona.
Il tema del personale, quindi, non riguarda soltanto il numero degli addetti, ma il modello di sanità che vogliamo: se continueremo a ragionare per singoli servizi, ciascuno preoccupato soltanto del proprio organico, oppure se saremo capaci di costruire équipe che condividano responsabilità e obiettivi, usando le competenze dove producono maggiore beneficio, anche attraverso una migliore integrazione tra ospedale e territorio, evitando duplicazioni e facendo in modo che la professionalità non venga consumata in adempimenti burocratici che possono essere organizzati diversamente.
Nei prossimi anni dovremmo cominciare a misurare anche questo: quanti posti restano vacanti, quanto tempo serve per coprirli, quante persone lasciano il servizio pubblico, quali territori hanno maggiori difficoltà a reclutare e quali soluzioni funzionano.
La parte più visibile del PNRR è stata fatta di cantieri e inaugurazioni; quella che viene adesso sarà molto meno spettacolare, e riguarderà turni, concorsi, organizzazione, formazione e continuità. Un edificio può essere consegnato in una data precisa, una comunità professionale richiede anni per essere costruita, ed è proprio per questo che la politica dovrebbe occuparsene oggi: perché il personale è il PNRR che non si può comprare una volta per tutte, va formato, attratto, valorizzato e mantenuto ogni giorno.


















