

VITERBO – Nel grande teatro del centro storico, dove le pietre raccontano secoli di storia e i marciapiedi accumulano il silenzio distratto di una città che spesso finge di non vedere, c’è un copione che si ripete con la precisione drammatica di un orologio svizzero. Cambiano gli attori, cambia la lingua urlata nel buio, ma la sostanza rimane la stessa: paura, abbandono e una periferia esistenziale che si mangia il cuore monumentale di Viterbo.Siamo in via Cardinal La Fontaine.
Anzi, scendendo verso via delle Fabbriche, a due passi da quel San Pellegrino che dovremmo custodire come l’epicentro della nostra bellezza e che invece lasciamo scivolare, anno dopo anno, in un degrado fatto di incuria e silenzi istituzionali. Quale altra città tiene in uno stato simile il suo scrigno più prezioso? Quale capoluogo non investe un euro, in cinquant’anni, per restituire vita, luce e controllo reale al proprio cuore?
La notte tra mercoledì 16 e giovedì 17 settembre, intorno a mezzanotte, il copione si è acceso con i contorni della cronaca peggiore. Urla furibonde, colpi sordi scagliati contro i portoni, una lite furibonda in piena regola. In sette, secondo il racconto lucido e disperato di un residente, armati di coltelli e bastoni. Volevano entrare in un palazzo, sfondare una porta, regolare i conti. Una spedizione punitiva in piena regola, consumata sotto lo sguardo di una luna che illumina appartamenti ormai noti alle cronache e alle chiacchiere da bar, adibiti a piazze di spaccio a cielo aperto.
C’è un video che documenta tutto, rimbalzato da una redazione all’altra. Volti coperti da cappucci e bandane, lunghe lame brandite con freddezza, insulti in arabo e frasi che gelano il sangue: “Sai cosa stai facendo? Mi stai provocando per un pezzo di fumo?”, e poi minacce esplicite, “Vi sistemo tutti”, “Ti aspetto giù”. Dall’altra parte, affacciato a una finestra, un inquilino urla la sua rabbia contro chi spaccia e consuma sotto casa: “Niente hashish, niente di tutto questo qui.
Guarda che roba, la pazzia dell’hashish…”.La polizia arriva, i controlli vanno avanti fino all’una e mezzo, ma quando le volanti svoltano l’angolo, i protagonisti della guerriglia si sono già dileguati nel dedalo dei vicoli. E ai cittadini cosa resta? Resta la paura. Resta la sensazione angosciante di vivere in ostaggio.
“È inaccettabile che non si intervenga in modo concreto”, sbotta chi in quella strada ci abita, chi subisce ogni santo giorno una situazione che non è più un’emergenza estemporanea, ma una struttura consolidata. Questa è la punta di un iceberg che tutti conoscono. La faccenda è nota, spiattellata alla luce del sole e a quella della luna, ma la risposta dello Stato e della politica locale sembra spesso affidata ai tempi biblici della burocrazia o all’illusione che, nascondendo la polvere sotto il tappeto medievale di San Pellegrino, il problema svanisca da solo. Non svanisce nulla. Rimane l’amarezza di una comunità che cammina sul filo sottile dell’abbandono, mentre nei palazzi si continua a discutere di nulla, incapaci di comprendere che la sicurezza di una città si misura dalla cura e dal coraggio con cui si difendono i suoi vicoli più fragili. Prima che sia troppo tardi. Prima che a parlare non siano più soltanto i vetri rotti e le lame, ma tragedie che poi nessuno potrà più fingere di non aver viste.


















