

PIETRE – C’è qualcosa di profondamente nostalgico nell’analisi che continua a evocare il “Grande Centro” come se fosse un luogo politico ancora esistente e pronto a essere ricostruito, come se bastasse mettere insieme qualche sigla moderata, qualche ex democristiano, qualche liberale e qualche amministratore locale per far rinascere una stagione che appartiene a un’altra Italia e a un altro secolo.
La verità è più semplice e più dura. La Democrazia Cristiana non era un partito di centro perché occupava una posizione geometrica tra destra e sinistra. Era un partito di massa che rappresentava un mondo. Aveva milioni di iscritti, sindacati, cooperative, associazioni, movimenti giovanili, parrocchie, amministratori locali, cultura politica, scuole di formazione. Era il punto di incontro tra cattolicesimo popolare, mondo del lavoro, impresa diffusa, agricoltura, professioni e ceto medio.
Quel mondo non esiste più, pensare di ricostruirlo sommando sigle parlamentari significa scambiare la politica con l’aritmetica. L’errore di fondo è immaginare che esista una vasta prateria centrista pronta ad accogliere l’ennesimo progetto politico moderato. In realtà gli italiani non votano in base alle categorie della Prima Repubblica, votano in base a problemi concreti: salari insufficienti, precarietà, pensioni, sanità, sicurezza, immigrazione, costo della vita, casa, energia. Non cercano il centro, cercano risposte.
Se il centro politico continua a fallire non è per mancanza di leader o di organizzazione. È perché spesso appare come il luogo della mediazione senza conflitto, della moderazione senza passione, della competenza senza popolo. E qui emerge un secondo equivoco. Si sostiene che la polarizzazione renda impossibili le riforme, ma la storia italiana racconta anche altro. Le grandi riforme del dopoguerra non nacquero dal centrismo, nacquero da forti culture politiche popolari che si confrontavano e spesso si scontravano: cattolici, socialisti, comunisti, liberali. Lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, la scuola di massa, il regionalismo, persino l’ingresso nell’Europa politica non furono il prodotto di un indistinto buon senso moderato, ma di visioni del mondo forti e organizzate.
Il problema di oggi non è l’eccesso di politica, è il contrario. Mancano idee, classi dirigenti, luoghi di formazione e partecipazione, mancano i corpi intermedi che per decenni hanno fatto da ponte tra cittadini e istituzioni, mancano i partiti capaci di selezionare dirigenti e costruire consenso sociale. Per questo l’astensione cresce, non perché gli italiani siano tutti moderati e centristi, ma perché una parte crescente della popolazione non si sente rappresentata da nessuno, la vera questione non è dunque ricostruire il centro, è ricostruire la politica.
La Democrazia Cristiana nacque da una società organizzata. Oggi si vorrebbe fare il contrario: costruire un partito sperando che poi nasca una società, non funziona così. Prima vengono le comunità, le associazioni, i sindacati, il volontariato, i movimenti civici, le imprese, le università, le parrocchie, i territori, solo dopo nasce una proposta politica credibile. Altrimenti il rischio è quello che vediamo da trent’anni: una continua proliferazione di sigle, movimenti, federazioni, “nuovi centri” e “terzi poli” che nascono nei palazzi e muoiono nelle urne.
Più che una prateria da conquistare, il centro italiano assomiglia oggi a un affollato parcheggio di leader in cerca di elettori. Finché non si tornerà a rappresentare bisogni reali e comunità reali, continuerà a essere così.

















