

IL DOMENICALE – Una serranda chiusa non fa rumore; forse è questo il motivo per cui ci abituiamo così facilmente alla sua presenza. Il primo mese ricordiamo il negozio che c’era; dopo un anno quasi non lo vediamo più; dopo cinque diventa parte del paesaggio. E lentamente una strada che possedeva dieci attività ne conserva otto, poi sei, poi quattro, fino a quando aprire proprio lì una nuova impresa diventa più difficile perché intorno non esiste più il movimento necessario a sostenerla.
È un meccanismo che può alimentarsi da solo. Meno attività significano meno persone che percorrono una via; meno passaggio rende meno interessante aprire un esercizio; altri locali restano vuoti e alla fine il problema, che all’inizio sembrava riguardare esclusivamente proprietario e commerciante, diventa una questione urbana.
Il Comune di Viterbo ha compiuto nel luglio scorso un passo che riguarda direttamente questo tema, adottando disposizioni per rendere più semplice e più ampia la possibilità di modificare la destinazione d’uso di alcuni fabbricati, indicando esplicitamente tra le finalità quella di favorire il commercio nel centro storico. Il provvedimento modifica le norme tecniche del piano regolatore nell’ambito della disciplina regionale sulla rigenerazione urbana e dovrà completare il proprio iter.
Semplificare è utile, ma resta una domanda economica alla quale nessuna norma urbanistica può rispondere da sola, perché un locale diventa utilizzabile soltanto quando esiste qualcuno disposto ad aprirci qualcosa. E allora forse il problema andrebbe affrontato partendo non dalla destinazione dell’immobile, ma dalla domanda.
Il centro storico non ha bisogno che ogni vecchia bottega torni necessariamente a essere un negozio tradizionale, perché sono cambiati i consumi, è cambiato il commercio, una parte degli acquisti si è spostata online e pretendere di ricostruire esattamente la struttura economica di trent’anni fa significherebbe combattere contro trasformazioni ormai avvenute.
Quegli spazi, però, possono diventare altro: laboratori artigiani, studi condivisi, piccole attività professionali, coworking, atelier, servizi per studenti, microimprese digitali, esposizioni con vendita, sedi operative di associazioni capaci di garantire aperture reali, attività alimentari di prossimità dove esiste sufficiente domanda, persino spazi temporanei nei quali un’impresa possa verificare per sei mesi se il proprio progetto funziona prima di affrontare un contratto lungo.
È il concetto di uso temporaneo a meritare maggiore attenzione. Tra lasciare un locale chiuso per cinque anni e affittarlo per nove esiste uno spazio enorme nel quale possono essere sperimentati contratti, comodati e formule compatibili con la normativa vigente, soprattutto quando il proprietario non trova un utilizzatore stabile. Il vantaggio non riguarda soltanto chi occupa il locale, perché una bottega utilizzata e mantenuta vale generalmente più di uno spazio lasciato deteriorare, mentre il quartiere recupera illuminazione, passaggio e presenza.
Anche l’intervento pubblico può essere immaginato in modi differenti dal contributo a fondo perduto: attraverso assistenza amministrativa, incontro tra proprietari e aspiranti utilizzatori, ed eventuali strumenti fiscali comunali nei limiti consentiti dalla legge e soltanto quando collegati a un’effettiva apertura, non alla semplice promessa di aprire.
Viterbo sta investendo contemporaneamente sulla memoria delle proprie botteghe storiche, tanto che nel luglio 2026 è stata inaugurata una mostra permanente dedicata proprio a queste attività nella galleria di Valle Faul. È importante conservare la memoria, ma la sfida ancora più difficile è produrne di nuova. La bottega storica che oggi celebriamo è stata un giorno una bottega appena aperta, probabilmente fragile, senza clienti sicuri e senza sapere se sarebbe sopravvissuta all’anno successivo.
Una politica per il centro storico potrebbe quindi misurare il proprio successo non soltanto attraverso quanti locali vengono restaurati, ma attraverso quanti tornano realmente utilizzati dopo dodici, ventiquattro e trentasei mesi. Perché la differenza fondamentale non è tra una serranda bella e una serranda brutta: è tra una serranda che la mattina si alza e una che non si alza più.


















