Non si può gridare «Viva Santa Rosa» e poi dire «non sono razzista, ma…»
tumisu-racism-6891135 (1)
800 Monastero
Viterbo porta Santa Rosa sulle spalle, la innalza sopra i tetti, la acclama come il simbolo più profondo della propria identità, ma corre il rischio di lasciare a terra la parte più scomoda della sua storia.

PIETRE – Il razzismo di chi attribuisce a ogni straniero una colpa collettiva non si combatte negando l’esistenza di culture e comportamenti incompatibili con la Costituzione. Accogliere le persone non significa accettare la subordinazione della donna, il fanatismo religioso o il rifiuto della democrazia, perché libertà e uguaglianza valgono per tutti, anche dentro le comunità immigrate.

Viterbo porta Santa Rosa sulle spalle, la innalza sopra i tetti, la acclama come il simbolo più profondo della propria identità, ma corre il rischio di lasciare a terra la parte più scomoda della sua storia. Rosa fu cacciata dalla città insieme alla famiglia, dovette abbandonare la propria casa e trovò accoglienza prima a Soriano nel Cimino e poi a Vitorchiano, come ricorda la stessa Diocesi di Viterbo. Non era una migrante nel significato contemporaneo del termine e sarebbe scorretto sovrapporre epoche tanto diverse, ma conobbe la condizione di chi viene allontanato dal luogo in cui è nato e deve affidarsi all’ospitalità di un’altra comunità.

Questa vicenda dovrebbe rendere particolarmente insopportabile quella frase che precede quasi sempre una generalizzazione, «non sono razzista, ma…». Dopo quel “ma” arrivano spesso la condanna di un intero popolo per il reato commesso da una persona, il sospetto rivolto a chiunque abbia un nome straniero, l’idea che il migrante sia per natura meno civile, meno affidabile e meno disposto a rispettare le regole. La responsabilità individuale scompare e viene sostituita da una colpa ereditaria, attribuita sulla base del luogo di nascita, del colore della pelle o della religione, mentre chi parla continua a dichiararsi estraneo a ogni pregiudizio.

Smascherare questo meccanismo, tuttavia, non obbliga a fingere che ogni cultura sia compatibile con i principi della nostra democrazia e che qualsiasi comportamento debba essere tollerato in nome dell’accoglienza. Esistono concezioni della società che negano la parità tra uomo e donna, subordinano la legge civile al potere religioso, rifiutano la libertà di coscienza, perseguitano l’omosessualità, giustificano la violenza familiare o considerano il dissenso un tradimento da punire. Negare questi conflitti per paura di apparire intolleranti significa abbandonare proprio le persone più vulnerabili all’interno delle comunità immigrate, a cominciare dalle donne, dai giovani, dalle minoranze religiose e da chi vuole sottrarsi al controllo del proprio gruppo di origine.

Il punto decisivo consiste nel distinguere le persone dalle idee e le origini dai comportamenti. Nessuno può essere considerato incompatibile con la democrazia soltanto perché proviene da un Paese musulmano, africano o asiatico, così come nessuno diventa democratico per il semplice fatto di essere nato in Italia. Le idee, invece, possono e devono essere giudicate, contrastate e, quando si traducono in atti illegali, sanzionate. Non sarebbe meno colpevole accettare la violenza contro una donna perché presentata come tradizione culturale di quanto lo sarebbe giustificarla quando viene commessa da un italiano.

La Costituzione rappresenta il confine che tutti sono tenuti a rispettare, non soltanto gli stranieri. Garantisce l’uguaglianza senza distinzione di sesso, razza, lingua e religione, tutela la libertà religiosa e quella di non credere, protegge il pensiero, la dignità e l’autonomia della persona, ma nessuna di queste libertà autorizza a comprimere i diritti altrui. Una comunità religiosa può professare la propria fede, non imporla con la forza, una famiglia può conservare le proprie consuetudini, non impedire a una figlia di studiare o di scegliere chi amare, ciascuno può criticare i valori occidentali, ma deve rispettare le leggi che rendono possibile quella stessa libertà di critica.

Anche il perentorio «qui si fa così» deve però essere precisato. Se significa che in Italia si rispettano la Costituzione, le leggi e la dignità di ogni persona, è un principio necessario e dovrebbe essere pronunciato anzitutto dalle forze democratiche, progressiste e liberali, senza complessi e senza ambiguità. Se invece significa che lo straniero deve cancellare la propria identità, rinunciare alla propria fede, imitare ogni nostra abitudine e accettare una cittadinanza di rango inferiore, allora diventa la formula autoritaria con cui la maggioranza pretende di decidere chi abbia diritto a essere pienamente umano.

La democrazia non espelle qualcuno per ciò che pensa, ma interviene quando un comportamento viola la legge e i diritti degli altri. Chiedere l’espulsione indiscriminata di persone considerate culturalmente estranee sarebbe contrario proprio a quella Costituzione che si sostiene di voler difendere, mentre applicare con fermezza le norme contro violenze, costrizioni, discriminazioni, matrimoni forzati e fanatismo significa proteggere la libertà di tutti. La cittadinanza democratica non richiede uniformità culturale, richiede lealtà verso un ordinamento nel quale nessuno può dominare un altro.

La carità priva di regole può diventare irresponsabilità, ma le regole prive di umanità diventano persecuzione. Santa Rosa non può essere arruolata né dall’odio che respinge le persone per la loro origine né da un relativismo che, in nome del rispetto delle culture, chiude gli occhi davanti alla negazione della libertà. Celebrarla significa ricordare una giovane donna che sfidò il potere, parlò quando avrebbe dovuto tacere e pagò con l’esilio la propria libertà, una storia che obbliga Viterbo a difendere chi viene ingiustamente escluso e, nello stesso tempo, chiunque rischi di essere oppresso dentro la propria famiglia o comunità.

Il grido «Viva Santa Rosa» acquista allora un significato esigente. Vuol dire accogliere senza ingenuità, giudicare ogni persona per ciò che fa e non per il gruppo al quale appartiene, combattere il razzismo senza arrendersi al relativismo culturale, applicare la legge senza trasformarla in vendetta. Tutto il resto, dal rosario esibito nei comizi alla solidarietà incapace di vedere le violazioni dei diritti, rischia di essere soltanto un modo diverso di tradire la stessa Costituzione.

800 Monastero
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

ance
CAMCOMRIVT-banner-web-300x150
400 Confartigianato
CNA 300x300
asvis 2
Masicar300x300-optimize
domenicale post
POST FB 01
TdP_Inalazioni
Jeep_Compass_apex_300x300_200
Fune 300x300
monastero interno
Onda
lafune_300 x 600
aiac_banner_01
Foto Fisioterapy Center