
IL PUNTO DI VISTA – 1984 (Orwell, 1949): un Grande Fratello che pensa per tutti noi, a sua discrezione, e che ti bastona se fai obiezioni. Fahrenheit 451 (Bradbury, 1953): non si leggono libri, fanno venire cattivi pensieri. Blade Runner (Dick, Scott, 1982): un mondo di replicanti al servizio del potere. Matrix (Wachowski, 1999); la realtà vera è solo quella costruita e controllata da superpoteri artificiali. Hunger games (Collins, 2008): i giovani si sfogano con mortali gare fra loro, ma decide tutto un circolo di capi. Allegiant (Ruth, 2013): i geneticamente puri comandano sugli impuri.
Sono tutti questi dei romanzi, per lo più ritradotti in film di successo, che descrivono un futuro mondo distopico in cui governa una tecno-oligarchia autoritaria, fondata sul possesso dei più alti livelli della tecnologia, in grado di orientare e controllare i bisogni, le emozioni e i comportamenti delle persone comuni, soffocando ogni possibile comportamento divergente, considerando la libertà come un vizio e la democrazia come un sistema anarchico e pericoloso.
Fantascienza, certo. Il parto della fantasia di scrittori tremebondi, spesso allergici al cambiamento, alle novità della tecnologia e dei progresso dei sistemi di comunicazione. D’altronde, di fronte alle drammatiche esperienze delle dittature nazifasciste e comuniste, il mondo libero occidentale aveva temuto il peggio, sottolineando come quelle si fossero imposte non solo con la violenza, ma anche con le suggestioni di una propaganda studiata e indirizzata a far polpette dell’intelligenza e dello spirito libertario dell’individuo, spinto a trasformarsi in un mero uomo-bue, consumatore gaudente di biada ideologica. I filosofi e i sociologi più attenti, tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del ‘900 avevano avvertito del pericolo, magari accentuando con qualche eccesso i toni, fino a considerare tutti i mezzi di comunicazione di massa – radio e televisione in primis, ma anche la pubblicità commerciale in genere – come potenziali pericoli per l’intelligenza e l’indipendenza di giudizio dell’essere umano. Di manipolazione delle idee parlarono Horkheimer (Eclisse della ragione), Fromm (Fuga dalla Libertà), Arendt (Le origini del totalitarismo), Riesman (La folla solitaria), Packard ( I persuasori occulti) e del rischio che tale degenerazione si estendesse anche ai paesi liberi.
Peraltro, il maccartismo americano degli anni ‘50 sembrava dare loro ragione. Poi, tutto sembrò ridimensionarsi; la politica kennedyana e la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti, la fondazione dell’Unione Europea tra stati a vocazione democratica, il movimentismo libertario del Sessantotto, la democratizzazione dell’informazione con il caso Watergate (1972) e le emittenti libere, la caduta del comunismo sovietico, ma anche le vittoriose seppur faticose battaglie per l’uguaglianza di genere e l’inclusione sociale, l’evoluzione teologica della Chiesa con il Concilio Vaticano II e la svolta ambientalista per uno sviluppo sostenibile, avevano avvalorato l’ipotesi che il XXI secolo potesse coronare il definitivo salto di qualità della convivenza umana nel segno della pace, della giustizia e dei più alti valori etici della civiltà.
Non è così. Sembra riprodursi, piuttosto, con gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale, quella tendenza emersa con il capitalismo industriale dell’Ottocento a rafforzare una casta di possessori dei mezzi di produzione (e in questo nuovo caso anche dei mezzi di comunicazione e quindi della conoscenza) in grado di impadronirsi del controllo della società sostituendosi, nell’ottocento alle vecchie aristocrazie fondiarie e feudali, e oggi ai sistemi democratici, troppo lenti e macchinosi per prendere decisioni funzionali alle esigenze dello sviluppo tecnologico e accusati per questo di essere inefficienti.
Il sistema populista e suprematista putiniano, espressione del dominio di pochi oligarchi, e quello trumpiano, che fa strame della tradizione democratica americana a favore del potere dei tycoons della Silicon Valley e del petrolio, concepiscono il progresso come una organizzazione delle società governata in termini di mera efficienza tecnologica e affaristica, secondo criteri che impongono un controllo sociale ispirato ai meccanismi gerarchici e funzionali di una start up. Si crea allora una élite globale autosufficiente, che a livello internazionale si spartisce gli accessi alle risorse, sia quelle energetiche non rinnovabili (vedi cosa sta accadendo con il petrolio venezuelano) sia, e con pari interesse, quelle dei minerali rari necessari all’industria hi-tech (vedi la presenza cinese in Centroafrica e la pretesa russa per acquisire il Donbass). Una élite di potere che ha bisogno di ordine interno, senza intoppi politici e ideologici, e che quindi punta a soddisfare e a tacitare i cittadini mediante la facilitazione dei consumi e la promessa di un ordine pubblico efficiente, seppur inevitabilmente invasivo.
Del resto, la popolazione appare sempre meno motivata in termini di partecipazione, di autodeterminazione, di libertà, di democrazia, argomenti che restano per lo più confinati a salotti e a circoli culturali autoreferenziali, ai riti dello scontro ideologico, ai sofismi del politicamente corretto, a un progressismo che da tempo non sforna più personalità rilevanti sul piano politico e di alta caratura intellettuale: basta ricordare il flop dell’amministrazione Biden e la litigiosità sterile delle sinistre europee.
D’altronde, cosa si aspetta il cosiddetto “uomo della strada”, il cittadino cosiddetto medio descritto da tanta letteratura socioeconomica dell’era postindustriale e che ormai, almeno mentalmente, costituisce i tre quarti dell’elettorato? Consumi adeguati, che si tratti di fare la spesa al supermercato o di programmare le vacanze; sicurezza urbana, a casa, sui mezzi pubblici, di sera; una buona educazione per i
figli, per consentire loro di andare a fare gli studenti/camerieri a Londra; dei media che sfornino giochi, talk show finto-scandalistici, dirette sportive, serial e reality vari; un internet sotto tutela dei chatbot che va dai social al metaverso, ma anche ai supersconti dell’e-commerce.
Che farsene di un concetto di libertà che rischia di diventare sovente una licenza senza controllo? Di un solidarismo e di una tolleranza che non ti vengono ricambiati, mandandoti senza difese sul ring del confronto/scontro interculturale? Di una democrazia che finge di ascoltarti ma è un rituale elitario da cui di fatto sei escluso? Di un politicamente corretto più incline a pontificare che a comprendere? Di una cultura woke più impegnata a disorientarti e a scandalizzarti che a convincerti della necessità etica del cambiamento? E così, la maggior parte degli elettori diserta gli appuntamenti della democrazia, limitandosi a legittimare gli organigrammi che gli vengono apparecchiati. E una parte sempre maggior di coloro che vanno a votare sceglie chi offre biada e parole d’ordine, piuttosto che scomode idee.
E a chi viene affidato, allora, il diritto/dovere di esprimere il dissenso? Di contrapporsi al potere verticistico e autoritario dei nuovi “tecnomonarchi”? Agli intellettuali libreschi da terza pagina e ai polemisti da talk show? Ai teatrini di una sinistra senza idee? Ai complottisti da operetta? Al movimentismo popolare che quando lavora a livello nazionale diventa partito, spesso buono per tutte le stagioni, e quando opera a livello locale può solo tappare buche e organizzare circenses? Ai bombaroli anarchici che alla fine mietono danni soprattutto al popolo, visto che bloccano i treni dei pendolari e bruciano le auto dei lavoratori indignando il colto e l’inclita?
Tutto questo è ciò che sta accadendo oggi. I segnali sono inquietanti e numerosi. Si pensi anche al sempre più evidente ritiro di tanta gioventù, interessata più a sgomitare sui social e semmai a prepararsi una “carriera”, che a farsi carico del futuro e degli ideali di giustizia e libertà. C’è qualche speranza? Intanto occorrerà chiedersi se è ancora di moda sperare, o se la speranza stessa si è votata all’efficientismo tecnoautoritario, sovranista e populista.
Poi va detto che il problema non è che vi siano i “cattivi”; quelli ci sono sempre stati. Il problema vero è che oggi i “buoni” sono divisi, manipolati, vivaci forse a livello individuale, ma poi privi di forza e di coscienza civica collettiva per opporsi. A chi conviene mettere a repentaglio una possibile carriera, dei consumi certi, una prospettiva di affermazione del sé nel mondo che conta, quello del lavoro e quello dell’immagine social, piuttosto che quello di una famiglia che ormai è a tempo, di un associazionismo di facciata e ripiegato su sé stesso, di una partecipazione politica priva di veri maestri? Un’opposizione al machismo dei tecnomonarchi e dei celoduristi politici dovrebbe impossessarsi di certe tematiche oggi care al suprematismo, per affrontarle in modo civile. Come si diceva in precedenza, si sta delineando un invitabile scontro di civiltà, di dimensioni planetarie, che solo gli ingenui possono ignorare, sottovalutare nelle sue conseguenze etiche e antropologiche o trattare offrendo l’altra guancia. E’ meglio che siano le forze democratiche a risolverlo, mettendo i paletti dove è necessario e aprendo le porte dove è tollerabile, oppure mettere tutto nelle mani di chi pensa che già il colore della pelle sia un fattore discriminatorio e divisivo? E a seguire, è possibile affrontare i problemi dell’ordine pubblico con autorevolezza, piuttosto che con autoritarismo, ma con l’eguale effetto di garantire la sicurezza del cittadino di notte e di giorno e prescindere dall’appartenenza di genere? E ancora: si può creare una scuola veramente formativa, che crei cultura prima ancora che sapere, coscienza civica prima ancora che nozioni e che tiri il carro della crescita piuttosto che farsi tirare da quello di un contingente opportunismo, anche a costo di imporre regole sia allo studente che ai suoi familiari?
Rousseau e Hobbes ci hanno insegnato che la civiltà crebbe quando i lupi non furono più liberi di scannarsi fra loro con il rischio che sopravvivessero solo i più forti e i più feroci, quando la libertà non fu più licenza ma assunzione volontaria di responsabilità, e quando il fine ultimo di ogni azione sociale divenne il rispetto per l’Altro e per la sua dignità di essere umano. Insomma, quando furono imposte regole sì condivise ma non per questo meno cogenti e meno inflessibili. Con buon pace di certi libertari in servizio permanente effettivo: che si sentano maître à penser da salotto buono, che si sentano depositari del Verbo politicamente corretto nei luoghi della democrazia, che si lucidino la coscienza facendosi disinteressati fornitori di carità, che facciano casino in piazza maneggiando candelotti e bombe carta.
Parafrasando John Kennedy, sii tu ad occuparti di regole, se non vuoi che siano le regole ad interessarsi di te; o come sosteneva Sestilio, il saggio contadino della Tuscia, se non sei tu a convogliare l’acqua nel campo, quella andrà persa dove tu non vorresti.
P.S. Forse le mie sono tutte chiacchiere e distintivo, per citare una famosa battuta tratta dal bel film di De Palma Gli intoccabili. Oggi ho risposto per le rime su Instagram a un complottista da strapazzo che si sentiva un genio, facendo il suo gioco perché mi conterà fra i suoi contatti per il calcolo dei followers; poi sono andato al supermercato acquistando alimentari di qualità secondo i consigli ricevuti su Google; lì ho incontrato un africano che mi ha chiesto i cinquanta centesimi del carrello e ho pensato, manco fossi un vannacciano, che se doveva venire qui a elemosinare era inutile che si era messo sui barconi a sfidare Salvini e le tempeste; tornato a casa ho ordinato un libro su Amazon risparmiando un terzo del costo che avrei sostenuto in libreria e contribuendo così ad arricchire il tecnoligarca Bezos e a marginalizzare una legittima impresa commerciale in centro. Sestilio mi avrebbe guardato male, perché ho lasciato andare l’acqua a spargersi fuori del campo?


















