"Non ci parlà con questo", quando una classe dirigente porta un territorio alla deriva
comune
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I personalismi, quando si è classe dirigente, bisognerebbe lasciarli da parte. Soprattutto se a farti venire i nervi è qualcuno che fa semplicemente il suo lavoro. Ci si dovrebbe chiedere: ma è inopportuno quello che scrive lui o quello di cui scrive?

“Non ci parlà con questo”, il tutto senza neppure un saluto rivolto al “questo” in questione. Sono cose che possono capitarti quando scegli di fare il giornalista, forse possono capitarti più spesso se stai a Viterbo. Sono cose che però fanno pensare, specie se la scena si svolge così: location – portici di via Garbini; conversazione in atto tra lo scrivente e un politico locale; ingresso in scena di un altro politico locale che arriva trafelato e spara la sua battuta: “Non ci parlà con questo”.

La faccia non è sorridente, quindi difficilmente si tratta di una battuta. E’ più uno scherno, o almeno leggiamo il tutto in questi termini. La scena ci fa un po’ male, inizia l’esame delle azioni, delle cose scritte. Tutta roba regolare. Sì, è vero, in questi ultimi tempi ho fatto spesso articoli su cose vicine al detto politico. Ho sempre però scritto, almeno così credo, con intelligenza. Mai aggressività, mai parole a sproposito, mai personalizzazione. Ho scritto tutta roba vera, posto delle domande, delle riflessioni. Certo questo magari non avrà fatto piacere a chi ha chiari interessi in ballo (non interessi del politico), ma alla fine il lavoro del giornalista credo sia questo: raccontare le cose che accadono, fare le domande, fare confronti, sollecitare riflessioni, ricostruire sistemi … Niente di più e magari niente di meno.

Se avessi scritto cose piacevoli e gradite in certi ambienti quello stesso politico mi avrebbe offerto il caffè. Magari avrebbe anche acquistato due-tre banner pubblicitari su questo sito (il fatto che non lo faccia lui potrebbe essere un ottimo motivo per spingervi a farlo voi). Una volta, parlando con un vecchio amico molto più grande di me è venuto fuori un concetto immenso. “Ci sono cose che dovrebbero essere come la Croce Rossa. Non sono di destra né di sinistra, né di quel politico né dell’altro. Ci sono cose che rappresentano un valore collettivo e come tali andrebbero rispettate”, questa la frase incantevole di cui questo amico ha voluto farmi dono.

Penso che il giornalismo in questa città possa essere una di quelle cose. Cercare di sottrarlo alle guerre di potere, alle logiche dei banner “se sei buono” o del “sei buono” se metti il banner, è una battaglia che dovrebbe interessare tutti. Non servono giornali servili, non servono manganelli mediatici. Servono giornalisti critici, che magari sbagliano ma almeno lo fanno in buona fede. E’ una questione di libertà, di democrazia, di Politica e di lotta alle mafie. Perché mafia non è solo il boss o la lupara, anzi. E se una classe dirigente, di cui fa parte il politico di “Non ce parlà con questo”, non è in grado di capire certe cose è una classe politica che va espulsa dalla vita civile. Perché dannosa, portatrice di deliri e rovina.

Gli Stati Generali La Fune
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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