

VITERBO – C’era bisogno d’aria, di un segnale di ripartenza dopo le ultime annate da incubo che avevano messo a dura prova le tasche e la determinazione dei corilicoltori viterbesi. E i numeri di questo 2026, finalmente, tornano a far sorridere le campagne del Cimino e di tutta la Tuscia: la produzione di nocciole registra un balzo in avanti del 50% rispetto al disastroso 2025. Un respiro di sollievo, almeno sulla carta.
Perché se è vero che la terra è tornata a spingere e i rami a riempirsi, è altrettanto vero che la stagione della raccolta si sta trasformando nell’ennesima roulette russa metereologica. I temporali violenti delle ultime settimane, caduti a macchia di leopardo sul territorio provinciale, hanno picchiato duro su diversi comuni. Un colpo di coda del maltempo che ha spinto la Coldiretti a muoversi ufficialmente verso le istituzioni, chiedendo lo stato di calamità naturale per i territori più colpiti e devastati dai nubifragi.
L’istantanea scattata dall’associazione di categoria racconta di un’Italia del nocciolo che prova a rialzarsi, pur restando lontana dai tempi d’oro. La stima nazionale si attesta attorno ai 750 mila quintali. Cifre importanti, ma che lasciano un pizzico di amaro in bocca se si pensa che il potenziale dell’intero Stivale sfiora il milione di quintali. L’Italia – secondo produttore mondiale dopo la Turchia, con i suoi 100 mila ettari coltivati e le sue tre perle (la nostra Dop Romana e le Igp di Piemonte e Giffoni) – continua a pagare il conto salato lasciato dagli strascichi della siccità e dal flagello delle parassitosi. Prima fra tutte la cimice asiatica, che con i suoi attacchi continua a provocare la cascola precoce dei frutti.
A livello nazionale la mappa della raccolta va a due velocità. Se il Piemonte – che da solo vale un terzo della produzione italiana – registra una crescita contenuta (tra i 120 e i 150 mila quintali, con un +5-10% sull’anno precedente), la Tuscia viterbese piazza la fiammata più importante con quel +50% che restituisce fiducia al comparto simbolo dell’agricoltura locale.
Ora la partita si sposta sui tavoli della politica e dei ristori. Perché tra il prezzo al quintale da spuntare sul mercato e i danni contati nei campi finiti sotto il fango, la felicità per il raccolto ritrovato rischia di durare troppo poco.

















