

VITERBO – C’è una sottile, perversa voluttà nella burocrazia nostrana: quella di trasformare persino le opere più lodevoli in un piccolo, delizioso supplizio per il cittadino comune. Prendete Viterbo, antica città di papi e di silenzi, dove persino le pietre parrebbero avere il culto della quiete. Ebbene, provate a fare due passi in via Cardinal La Fontaine, a un tiro di schioppo da quella piazza Fontana Grande dove un tempo la vita scorreva al ritmo pacato dell’acqua che sgorga.
Proprio alla redazione de La Fune hanno deciso di scrivere i residenti della via, impugnando la penna per accendere un riflettore su una situazione che sta diventando insostenibile. Lì, dove sorgeva l’ex Tribunale — luogo già per sua natura destinato ai sospiri e alle tribolazioni —, l’amministrazione comunale ha ben pensato di insediare i nuovi uffici del Municipio. Operazione meritoria, s’intende. Il recupero del patrimonio, i fondi del PNRR, il decoro urbano: tutte espressioni che nei discorsi degli assessori suonano come sinfonie di Beethoven.
Il guaio è che, per riscaldare d’inverno e rinfrescare d’estate le auguste stanze dei burocrati, si è provveduto a installare un impianto che pare progettato da un futurista in preda a delirium tremens. Cinque mega-motori e una ventola ciclopica che regalano ai malcapitati residenti il frastuono di una pista d’atterraggio, accompagnato da una piacevole zaffata di aria bollente sparata dritta nei cortili privati.
«Un rumore assordante, un surriscaldamento dell’ambiente circostante», denunciano senza mezze misure gli abitanti nella loro nota inviata al nostro giornale.
Ora, il viterbese è uomo paziente, avvezzo alle magagne della politica locale e ai discorsi di circostanza. Ma quando la ventola ti entra nelle ossa e il calore ti trasforma il soggiorno in una sauna non richiesta, persino la pazienza dei santi — e a Viterbo di Santa ce n’è una sola — comincia a vacillare.
I cittadini si pongono domande di una semplicità disarmante. Esiste una previsione di impatto acustico? E se esiste, chi ha firmato il collaudo?
«Prima il taglio del nastro e poi i problemi? – protestano i residenti –. Noi non chiediamo di fermare il recupero dell’ex Tribunale. Chiediamo semplicemente che un’opera pubblica sia progettata e realizzata nel rispetto di chi vive nel centro storico senza scaricare rumore, calore, disagi e problemi sui residenti. Prima di questo intervento vivevamo tranquillamente e vorremmo continuare a farlo».
L’impressione, purtroppo solita nelle cose di casa nostra, è che ci si avvii a passo di carica verso la cerimonia più cara ai nostri amministratori: il taglio del nastro, previsto per la prima decade di settembre. Prima si fa la festa, con tanto di fotografi e discorsi sulla Viterbo del futuro; poi, per le magagne e per i correttivi a spese del contribuente, si vedrà.
La Sindaca e l’assessorato competente tacciono o tirano dritto. È la classica «doppia morale di chi dovrebbe controllare sul rispetto delle regole e poi è il primo a non rispettarle», per dirla con le parole amare dei firmatari della lettera. Severissimi nel pretendere il rispetto dei regolamenti da parte del privato che cambia una tegola, stranamente sordi e distratti quando è il Comune a piantare una turbina sotto le finestre del vicino.
Nessuno chiede di fermare il progresso. Si chiede solo che chi governa la cosa pubblica non si comporti come un marchese del Grillo qualsiasi. Perché una città dove per far lavorare i burocrati si toglie il sonno ai cittadini non è più moderna: è solo più incivile.

















