

NEPI – Nepi non è soltanto un borgo. È una pietra miliare che, quando arrivano i giorni di giugno, smette di contare il presente e si tuffa, con un sospiro lungo secoli, nel cuore pulsante del suo passato più intrigante. È il tempo del Palio dei Borgia, un appuntamento che quest’anno ha il sapore denso e solenne di un traguardo: la trentesima edizione.
Dopo la cena propiziatoria di sabato scorso, che ha acceso la miccia dell’entusiasmo, la cittadina viterbese si è preparata a vivere tre weekend – dal 5 al 21 giugno – in cui i vicoli non saranno solo passaggi, ma palcoscenici di riti, teatro e memorie collettive. Un trentennio che non è passato invano, ma che ha saputo costruire, anno dopo anno, un’identità forte, riconosciuta e celebrata.
Ma la trentesima edizione vuole guardare oltre la festa, vuole scavare nel documento, nella legge, nel profondo della sua architettura sociale. Sabato 6 giugno, la Sala consiliare del Palazzo Comunale diventerà il centro nevralgico della riscoperta con la conferenza ‘Statuimus et ordinamus’. Un titolo che sa di potere e di ordine, curato dall’Aps OPERA3.
Sarà una sorta di “viaggio al centro della storia” quello guidato da voci esperte come quella di Claudio Canonici, Direttore dell’Archivio Storico della Diocesi di Civita Castellana. Il piatto forte? L’esposizione eccezionale dei volumi che compongono gli statuti nepesini. Quei codici – tra cui il leggendario manoscritto del 1495, figlio dell’era di Alessandro VI Borgia e di Ascanio Sforza – che raccontano come vivevano i nostri antenati: il commercio, la dote, le beghe quotidiane. Grazie allo studio meticoloso di Alessandra Camerano, quegli scritti non saranno più solo polvere e inchiostro, ma specchi di una vita politica e sociale viva sotto lo Stato Pontificio.
A dare il tocco di classe al trentennale ci penseranno poi il drappo 2026, firmato dal maestro Romano Ciarlimbruschi – lo stesso che tenne a battesimo il primo vessillo nel 1996, chiudendo un cerchio temporale perfetto – e la medaglia d’arte commemorativa dell’artista Patrizia Santoro, illustrata dalla storica Paola Berardi.
Nepi, in queste settimane, non mette in scena una recita, ma celebra se stessa. Un modo per ricordarsi chi è stata, per capire meglio chi è oggi.
IL PROGRAMMA DEL PRIMO WEEKEND
Taverne Aperte per tutto il periodo: 5-6-7 | 12-13-14 | 19-20-21 giugno
Venerdì 5 Giugno
Ore 09.30 (Forte dei Borgia): “Le Olimpiadi di Lucrezia” (a cura delle Insegnanti della Scuola dell’Infanzia di Nepi).
Ore 18.00 (Chiesa Cattedrale – Duomo): Santa Messa solenne di inaugurazione, Cerimonia di offerta dei Ceri e Benedizione del Drappo 2026.
Ore 21.30 (Forte dei Borgia): Rassegna Teatrale “Sipari di Lucrezia” – Spettacolo: “I Famigli” (Biglietto: Intero 10€, Ridotto 5€).
Sabato 6 Giugno
Ore 11.00 (Sala Consiliare): Conferenza di apertura “Statuimus et ordinamus” del Palio dei Borgia 2026.
Ore 21.00 (Centro Storico e Piazza del Comune): Corteo Storico e rito della consegna delle chiavi della Città a Lucrezia Borgia.
Domenica 7 Giugno
Ore 18.00 (Piazza del Comune): Giochi Popolari delle 4 Contrade.
Ore 21.15 (Duomo): Concerto “L’eco di Michelangelo – Risonanze spirituali e umane”. A seguire, visita guidata al Museo del Tesoro del Duomo.
Ore 21.00 (Forte dei Borgia): Rassegna Teatrale “Sipari di Lucrezia” – Spettacolo: “Magellano il primo viaggio intorno al mondo” (Evento a pagamento).
L’ombra inquietante e soave: Lucrezia e il “buen retiro” di Nepi
FOCUS -Bisogna liberarsi, una volta per tutte, dal pregiudizio da feuilleton ottocentesco che ha perseguitato per secoli la povera Lucrezia Borgia. Quella figura, dipinta come una sorta di femme fatale avvelenatrice, è un’invenzione narrativa che appartiene più al melodramma che alla realtà storica. Quando guardiamo alla Lucrezia che abita Nepi, dobbiamo spogliarci di queste scorie romanzesche e guardare invece alla donna, alla principessa, alla politica.
Nepi, per Lucrezia, non è una semplice appendice del ducato. È un’emanazione del potere pontificio che si fa territorio, una roccaforte che Alessandro VI, il padre Papa – quel catalano dalla volontà di ferro – mette nelle mani della figlia quasi come fosse un gioiello di famiglia.
Ma cosa accade, in realtà, tra queste mura? Qui entriamo nel vivo del Rinascimento. Lucrezia non è una damigella che gioca al castello; è un perno attorno a cui ruotano le dinamiche tra lo Stato della Chiesa e le ambizioni dinastiche. Nepi diventa, in quegli anni di fine Quattrocento, un osservatorio privilegiato. È qui che Lucrezia impara il mestiere del comando, mediando tra le istanze della Curia romana e le asprezze del feudo laziale.
Si immagini il paesaggio: Nepi, con la sua conformazione tufacea, quasi un’estensione geologica del potere, che emerge dalla terra come una cattedrale laica. Il rapporto tra lei e questo borgo è un rapporto di possesso ma anche di cura. Non dobbiamo dimenticare che, nel gioco degli scacchi della politica rinascimentale, possedere una terra significa plasmarne l’anima. Lucrezia lo fa con la grazia che le era propria, un’eleganza che non è solo estetica, ma è l’esercizio del dominio intellettuale.
Oggi, guardando a questo Palio, non dobbiamo compiere l’errore di cercarvi solo la rievocazione folcloristica. Il rito è, come sempre, un modo per dare ordine al caos del presente. Quando la città consegna le chiavi a Lucrezia, non sta compiendo un gesto di sottomissione, ma un atto di riconoscimento verso quella che è stata, a conti fatti, una delle figure femminili più complesse e tragicamente illuminate del suo tempo.
Nepi, in questo senso, resta un museo a cielo aperto del brivido borgiano. Un luogo dove la storia non si legge sui libri, ma si respira nel tufo. È il riflesso di un’Italia che non ha mai smesso di essere un laboratorio di bellezza e di intrighi. E Lucrezia, col suo sguardo rivolto verso l’orizzonte di Roma, resta lì, tra queste pietre, a ricordarci che il potere, per essere eterno, deve sapersi far mito.

















