

VITORCHIANO – Ci sono luoghi che, sulla carta geografica, sembrano confinati nell’assurdo geometrico della distanza. Prendi un mappamondo, punta un dito sulla quiete millenaria di Rapa Nui – l’Isola di Pasqua, là dove il cielo del Pacifico meridionale si spalanca sull’infinito – e poi spingilo giù, nel cuore verde della Tuscia viterbese, tra i tornanti e le rupi di peperino di Vitorchiano.
Eppure, a volte, la geografia è solo una distrazione per chi non sa guardare i dettagli.
Il 26 agosto del 2026, quel filo invisibile che attraversa oceani e continenti si è fatto carne, voce, passo e danza. Una delegazione arrivata direttamente dall’ombelico del mondo ha varcato le porte del borgo medievale, portando con sé il profumo di un’altra terra e la forza intatta di una parentela antica. Sei persone – Lenky Atan Hito, Paori Vera Atan, Karla Salinas Atan, Mahani Salinas Atan, Mareva Salina Atan e Mana Vai Hotu Salinas – sono scese nel Lazio non per fare i turisti mordi e fuggi, ma per rimettere in circolo il sangue della memoria.
La storia, a pensarci bene, ha il sapore dei miracoli improbabili. Era il 1990 quando un gruppo di scultori indigeni, guidati dal maestro Pedro Atan Pakomio, sbarcò a Vitorchiano per scolpire nel peperino locale quel Moai che oggi scrigna la valle dal belvedere, un gigante buono in terra straniera che la Rai raccontava con le telecamere di “Alla ricerca dell’arca”. Da allora, quella statua non è stata soltanto un monumento esotico, un bizzarro soprammobile urbano. È stata un’antenna. Un richiamo.
Oggi quel legame si stringe di nuovo grazie al progetto “Hakamahana Matou Arinja Ora”, guidato da Lenky Atan Hito, nipote di quel maestro che cinquant’anni fa diede forma alla pietra. Nella sala consiliare, tra gli sguardi istituzionali del sindaco Ruggero Grassotti e l’impulso del corrispondente consolare d’Italia a Rapa Nui, Enzo Moglia, la cerimonia ufficiale si è sciolta nello scambio di doni e in una promessa che guarda lontano: fare di Vitorchiano l’avamposto italiano della cultura di Rapa Nui, un presidio permanente di dialogo tra mondi lontani.
Ma la politica e i progetti, si sa, hanno bisogno del battito del cuore per diventare vivi. E il cuore, a Vitorchiano, ha battuto forte quando la delegazione si è mossa verso il belvedere, ai piedi del Moai.
Lì, dove il grigio poroso del peperino viterbese incontra lo spirito del Pacifico, il tempo si è fermato. Le note di un brano musicale e l’energia primordiale di una danza tradizionale dell’isola hanno spezzato il silenzio della rupe. Non era una semplice esibizione folkloristica; era il riconoscimento reciproco di due popoli che, pur parlando lingue diverse, riconoscono nella pietra e nella memoria la radice comune dell’essere umani.
«È stata una giornata di profonda emozione», ha confidato il sindaco Ruggero Grassotti, raccogliendo il senso di un incontro che profuma di futuro. Volevano un ponte, e quel ponte adesso ha i nomi, i volti e i passi di chi ha scelto di attraversarlo. Laggiù, tra i silenzi di Rapa Nui e gli echi di Vitorchiano, la pietra ha ricominciato a cantare.
























