

VITERBO – Bisogna intendersi sulle parole. Perché a Viterbo, quando si parla del Museo Civico “Luigi Rossi Danielli”, la normalità ha assunto per anni i contorni di una chimera irraggiungibile. Nell’ultimo decennio, diciamoci la verità senza infingimenti retorici, la vitalità di questo polo culturale è stata stabilmente sotto i tacchi delle scarpe. Una gestione stanca, claudicante, segnata soprattutto da un’assenza che grida vendetta: quella di un direttore titolare. Quando il museo ha tenuto – faticosamente – le porte aperte, lo ha fatto arrangiandosi con personale provvisorio, precario, rattoppato alla buona tra le urgenze della burocrazia. Insomma, un bel disastro all’italiana, dove il patrimonio c’è, luccica nelle teche, ma la macchina che dovrebbe valorizzarlo assomiglia a un ingranaggio senz’olio.
Ora, però, dopo la chiusura temporanea per i necessari interventi di ristrutturazione, si prova a voltare pagina. L’amministrazione Frontini ha deciso di prendere il toro per le corna e rimettere in carreggiata il carrozzone.
Lo ha fatto con la precisione di una delibera di giunta – la numero 269 dell’11 settembre di questo benedetto 2026 – con cui si mettono nero su bianco i dettagli per la riorganizzazione e l’assegnazione mirata del personale. Risorse umane ad hoc, pensate per garantire finalmente un funzionamento stabile e non più episodico.
La sindaca Chiara Frontini saluta la mossa come «un passo fondamentale nel percorso di valorizzazione», inserendola nel disegno ambizioso della candidatura di Viterbo a capitale europea della cultura e puntando a un circuito allargato del biglietto unico. Le fa eco l’assessore Alfonso Antoniozzi, tracciando la rotta di quello che dovrà essere il domani: individuare finalmente un direttore di ruolo, agganciare la struttura all’organizzazione museale regionale, riaprire la pinacoteca e restituire lustro alle sale Luigi Petroselli.
I lavori di ristrutturazione sono terminati e le sale di piazza Crispi tornano a respirare. La sfida, adesso, è la più difficile di tutte: trasformare l’eccezionalità di una riapertura nella normalità di un museo che vive, funziona e cammina con le sue gambe.

















