Michelangelo Gregori: "VITERBOshort, vi racconto come cambia il nostro festival"
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"Speravo in una crescita ma arrivare a 300 opere è un risultato che sinceramente va oltre le aspettative".

SPECIALE – Ecco l’intervista con Michelangelo Gregori, direttore artistico di Viterboshort, alla sua terza edizione che da poco ha chiuso la prima fase dell’iscrizione raggiungendo quota 300 partecipanti.

VITERBOshort arriva alla terza edizione con 300 opere provenienti da 32 Paesi. Ti aspettavi una crescita di queste dimensioni?

“Speravo in una crescita, ma arrivare a 300 opere è un risultato che sinceramente va oltre le aspettative. In tre edizioni abbiamo ricevuto più di mille opere e questo significa che il festival sta cominciando a costruirsi una propria identità. Adesso però arriva la parte più difficile: scegliere. Dietro ogni film c’è il lavoro di autori, attori e troupe, quindi la selezione è una responsabilità prima ancora che un privilegio.”

Quest’anno il festival cresce anche nelle sezioni. Che edizione sarà quella dal 16 al 18 ottobre?

“Sarà sicuramente l’edizione più articolata. Abbiamo ampliato molto i linguaggi: fiction, documentario, animazione, videoclip, teatro, letteratura, videoarte, danza, verticale, intelligenza artificiale, satira, lavori per ragazzi e opere legate al territorio. L’idea è che oggi il cortometraggio non possa essere considerato soltanto come un piccolo film tradizionale. L’audiovisivo sta cambiando e un festival deve essere capace anche di osservare questi cambiamenti.”

Oltre alle opere, un ruolo fondamentale lo avranno naturalmente le giurie. Possiamo già anticipare qualcosa?

“Le giurie sono una parte fondamentale del festival e ci tengo fin da ora a ringraziare tutte le persone che hanno accettato di mettere a disposizione tempo, esperienza e sensibilità per valutare le opere. Alcuni giurati sono con noi già da precedenti edizioni, altri entreranno quest’anno per la prima volta e credo che anche questo equilibrio sia importante.

Non voglio però anticipare adesso tutte le composizioni: le giurie verranno presentate ufficialmente dopo il 15 settembre, una volta comunicate le Official Selection. Sarà anche il momento per raccontare meglio chi sono le persone che avranno il compito, tutt’altro che semplice, di scegliere i vincitori delle diverse sezioni.

Il giudizio resta inevitabilmente soggettivo, ma proprio per questo cerchiamo di costruire giurie con esperienze e sensibilità differenti. A tutti loro va già da ora il mio ringraziamento, perché dietro un premio ci sono ore di visione, confronto e discussione che il pubblico spesso non vede.”

Tra le novità c’è il Premio Tuscia Fotografia. Come nasce?

“Nasce dall’incontro con Maurizio Di Giovancarlo e dalla volontà di dare un’identità più forte alla sezione dedicata al territorio. Tuscia Fotografia porta avanti da anni un lavoro di racconto dei luoghi, delle persone e della memoria della Tuscia. Mi sembrava naturale provare a far incontrare quello sguardo con il cinema e con l’audiovisivo. È quindi una novità, ma allo stesso tempo rappresenta l’evoluzione di un percorso che il festival aveva già iniziato con la sezione Territorio.”

Che cosa deve avere un film per raccontare davvero il territorio?

“Non basta che sia bello da vedere. La Tuscia è piena di luoghi straordinari e sarebbe facile limitarsi alla cartolina. A me interessa invece il territorio quando diventa racconto: le persone che lo abitano, la memoria, le trasformazioni, le tradizioni, ma anche le contraddizioni. Un paesaggio diventa cinema quando qualcuno decide perché mostrarlo e cosa vuole raccontare attraverso quell’immagine.”

La giuria del Premio Tuscia Fotografia sarà composta da Maurizio Di Giovancarlo, Roberto Pomi e Martinus Tocchi. Come nasce questa scelta?

“Anche qui volevamo che ci fosse una continuità con il percorso già fatto dal festival. Martinus Tocchi ha vinto proprio la sezione Territorio nella precedente edizione e mi piaceva l’idea che quest’anno passasse dall’altra parte, trovandosi a dover valutare il lavoro degli altri. È anche un modo per capire quanto sia complesso il giudizio da entrambe le parti: quando presenti un film speri che venga compreso, quando sei in giuria scopri quanto sia difficile scegliere tra opere molto diverse.

Roberto Pomi, invece, attraverso il suo lavoro giornalistico con La Fune segue Viterbo e il territorio da anni e ne conosce realtà, trasformazioni e problematiche. Maurizio Di Giovancarlo porta naturalmente lo sguardo di Tuscia Fotografia. Sono quindi tre esperienze diverse che, insieme, rafforzano proprio l’identità che vogliamo dare al premio.”

VITERBOshort diventa sempre più internazionale, ma contemporaneamente sembra rafforzare il rapporto con Viterbo e con la Tuscia.

“Per me le due cose devono andare insieme. Avere film da 32 Paesi è importante, ma VITERBOshort non deve diventare un festival che potrebbe esistere indifferentemente in qualsiasi città. Si chiama VITERBOshort perché nasce qui. Crescere significa anche rafforzare il rapporto con il territorio, con le realtà culturali che vi lavorano durante tutto l’anno e con il Teatro San Leonardo, che ormai è diventato la casa del festival.

E qui devo ringraziare in modo particolare Giuseppe e Vanessa, che ci hanno dato fiducia e soprattutto ci hanno dato uno spazio nel quale poter costruire e far crescere il festival. Non è una cosa scontata: avere una casa significa poter immaginare un percorso e non soltanto organizzare tre giornate di proiezioni. Il San Leonardo è parte integrante dell’identità che VITERBOshort sta costruendo.

E soprattutto speriamo che vengano a vivere il festival molte persone, non soltanto gli addetti ai lavori o gli autori in concorso. Una giornata di proiezioni può diventare un’esperienza molto particolare, perché nell’arco di poche ore si attraversano mondi completamente diversi e si provano emozioni anche lontanissime tra loro. Ogni cortometraggio è un piccolo grande mondo, capace in pochi minuti di raccontare una storia, aprire una riflessione o lasciare un’immagine che continua a lavorarti dentro.

Per me alfabetizzare il pubblico anche a questo tipo di arte è una delle cose più importanti che un festival possa fare. Il cortometraggio non deve essere percepito soltanto come un passaggio verso il lungometraggio, ma come una forma espressiva con una propria dignità e una propria forza.

Poi c’è un altro elemento fondamentale: la possibilità per il pubblico e per gli autori di incontrarsi. Quando chi ha realizzato un film può spiegare il proprio lavoro, confrontarsi con chi lo ha appena visto, rispondere a una domanda o anche ascoltare una critica, tutto diventa molto più costruttivo. È lì che il festival smette di essere soltanto una successione di proiezioni e diventa davvero un luogo di incontro.”

Da direttore artistico, che momento sta vivendo secondo te il mondo del cortometraggio?

“Un momento molto vivo, ma anche contraddittorio. Da una parte c’è una quantità enorme di opere, una libertà produttiva che fino a qualche anno fa era impensabile e una grande varietà di linguaggi. Dall’altra il cortometraggio continua ad avere difficoltà a trovare veri spazi di visibilità al di fuori dei festival.

Eppure spesso è proprio nel cinema breve che trovi più libertà, più sperimentazione e anche più coraggio. Non c’è sempre la necessità di rispondere alle logiche produttive di un lungometraggio e questo permette agli autori di rischiare di più. Il problema è fare in modo che questi lavori non esauriscano la propria vita dopo il circuito festivaliero.”

Con così tante opere ricevute, quanto è difficile arrivare alla selezione finale?

“È probabilmente il lavoro più difficile di tutto il festival. Lo dico spesso anche scherzando, ma non troppo: potremmo tranquillamente scartare oggi un futuro vincitore di un Premio Oscar. Alla fine si fanno delle valutazioni, si mettono insieme sensibilità, criteri, gusti, qualità tecniche e soprattutto quello che un’opera riesce a lasciare.

Per questo ogni anno ci tengo a sottolinearlo anche in sala: entrare nella Official Selection di VITERBOshort è già una grande vittoria per un’opera. Significa essere arrivati fino in fondo in mezzo a centinaia di lavori.

Ma vorrei sottolineare anche il contrario: chi non viene selezionato non deve viverlo come una bocciatura e tanto meno offendersi. Sarebbe impossibile pensare che tutto ciò che resta fuori non abbia valore. È una scelta, inevitabilmente anche soggettiva, fatta all’interno di spazi e tempi limitati. È un lavoro molto duro, che affrontiamo con grande passione e con grande amore per il cinema e per le opere che ci vengono affidate.

Poi ci sarà chi vincerà il premio della propria sezione, ma per noi il rispetto deve esserci tanto per chi entra in selezione quanto per chi, questa volta, resta fuori.”

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