

STORIE – Fate un respiro profondo, perché oggi ci immergiamo in quel Medioevo che non è affatto buio, ma è una sfolgorante esplosione di colori, di intrighi curiali e di pennelli che viaggiano più veloci delle diplomazie. Parliamo di un viterbese, un “enfant du pays” che però, come tutti i veri geni, ha dovuto farsi valere altrove. Parliamo di Matteo Giovannetti.
Il Viterbese che inventò l’Europa
Immaginate questa Viterbo del Trecento: una città che è un cantiere permanente, un groviglio di peperino e di ambizioni. Matteo nasce qui, respira l’aria delle colline cimine, ma ha il cervello che viaggia a una velocità diversa. È un chierico, un uomo colto, uno che sa come muoversi tra le sacrestie e i palazzi.
A un certo punto, la Storia – quella con la “S” maiuscola – lo chiama. I Papi se ne sono andati ad Avignone, in quel pezzetto di Provenza che diventa l’ombelico del mondo. E chi chiamano a decorare il Palazzo dei Papi? Non un francese, per carità! Chiamano lui, il nostro Matteo. E lui arriva lì e inventa quello che noi oggi chiamiamo Gotico Internazionale. Prende la solidità di Giotto, quella sostanza quasi scultorea, e la mescola con la grazia sinuosa di Simone Martini. Un cocktail micidiale, raffinatissimo.
Le tracce del genio a casa sua
Ma la domanda che ci poniamo noi oggi, con quel pizzico di curiosità un po’ sciovinista che ci contraddistingue, è: cosa ci è rimasto a Viterbo di questo gigante? Perché il destino dei grandi è spesso quello di lasciare capolavori ai posteri in terre lontane e solo piccoli frammenti alla terra madre. Dobbiamo andare a cercarlo nelle pieghe delle chiese viterbesi, come investigatori dell’estetica.
Ex Chiesa di Sant’Agostino (Trinità): il frammento del sublime
Entrate in Sant’Agostino. Lì, tra le ombre delle cappelle, emergono frammenti che sono come sguardi dal passato. La mano di Matteo la riconosci subito: c’è una “psicologia del volto” che prima non esisteva. I santi non sono più icone fisse, sono persone. Hanno dubbi, hanno rughe, hanno una dignità umana che è già quasi Rinascimento. Quegli affreschi sono la prova che Matteo, prima di scalare il Rodano, aveva già capito tutto qui, tra le mura di casa.
Santa Maria Nuova: la grazia nel peperino. Qui il discorso si fa sottile. Ci sono edicole, ci sono tracce. Vedete quella morbidezza nei panneggi? Quel modo di far cadere la stoffa che sembra quasi di sentirne il fruscio? È il marchio di fabbrica del Giovannetti. È la prova di un dialogo mai interrotto tra Viterbo e Avignone. Matteo spediva idee, forse bozzetti, o forse tornava lui stesso per ritemprarsi tra le acque del Bullicame e lasciava un segno, una “firma” cromatica.
Un’estetica del ritorno
Riscoprire Giovannetti a Viterbo non è un’operazione di nostalgia, è un atto di giustizia intellettuale. Matteo è il ponte tra la nostra provincia viterbese e la grande cultura europea. È colui che ha preso il tufo della Tuscia e lo ha trasformato in oro nelle sale del Palazzo dei Papi. Quando passeggiate per San Pellegrino, pensate a lui. Pensate che da questi vicoli è uscito l’uomo che ha insegnato al mondo come si dipinge la modernità. Viterbo non è solo una città medievale; è la culla di un’eleganza che ha conquistato l’Europa.

















