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VITERBO – Nel carcere di Viterbo vivono 624 detenuti, mentre gli agenti in servizio sono 292 contro i 350 previsti. È una comunità grande quanto un piccolo comune della Tuscia, stipata in una struttura che dispone di 440 posti regolamentari e che la città quasi non vede, se non quando scoppia un incendio o accade qualcosa di grave.
Mammagialla torna sui giornali quando brucia qualcosa, quando un agente viene aggredito, quando un detenuto protesta, quando arriva un’ambulanza; poi le porte si richiudono, le notizie scompaiono e quella parte di Viterbo torna a essere invisibile, come se dietro quelle mura non continuassero a vivere centinaia di persone e a lavorarne altre centinaia ogni giorno.
Il nuovo incendio del 19 settembre nel reparto di isolamento ha riportato per qualche ora l’attenzione sul carcere Nicandro Izzo, ma i numeri raccontano una situazione che dovrebbe interessare la città anche quando non accade nulla. Al 19 settembre i detenuti erano 624 a fronte di 440 posti regolamentari, dei quali 53 risultavano peraltro non disponibili, mentre gli agenti di Polizia penitenziaria effettivamente presenti erano 292 rispetto ai 350 previsti.
Facciamo allora un esercizio semplice: immaginiamo che quelle 624 persone non siano dentro un carcere ma abitino in uno dei tanti piccoli centri della provincia; avremmo un paese vero, con più residenti di alcuni comuni della Tuscia, e nessuno penserebbe che la sua amministrazione, la sua sicurezza, la salute dei suoi abitanti, il lavoro e la qualità della convivenza siano questioni marginali.
Dietro il muro, invece, cambia tutto: non si tratta di dimenticare perché quelle persone siano lì, né di trasformare chi ha commesso un reato in una vittima, perché una pena esiste e deve essere eseguita, ma la Costituzione stabilisce anche che debba tendere alla rieducazione. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa può produrre un carcere sovraffollato nel quale mancano contemporaneamente spazi e personale?
Il sovraffollamento non riguarda soltanto chi è detenuto, riguarda anche chi deve garantire sicurezza, accompagnamenti, controlli, attività, colloqui e gestione quotidiana di una struttura complessa. Se mancano 58 agenti rispetto alla pianta organica, ogni emergenza pesa su un sistema già sotto pressione, e quando il personale viene assorbito quasi interamente dalla necessità di tenere insieme la giornata, diventa inevitabilmente più difficile costruire tutto ciò che dovrebbe impedire al carcere di trasformarsi in un semplice deposito di persone.
Ciononostante, dentro Mammagialla qualcosa esiste: ci sono scuola, laboratori, biblioteca, attività formative, officine e percorsi di lavoro. Mentre il Ministero indica decine di detenuti impiegati nei servizi interni e negli anni sono state avviate lavorazioni e corsi professionali, il problema è capire quanti riescano realmente ad accedervi.
Perché 624 detenuti significano 624 persone che prima o poi, salvo pene definitive molto lunghe, torneranno fuori, e la questione più concreta non è quanto vogliamo essere severi mentre sono dentro, ma come vogliamo che escano: con una competenza professionale, una possibilità di lavoro e una rete capace di accompagnarli, oppure più soli, più arrabbiati e più lontani dalla società di quanto fossero quando sono entrati. Anche questo è sicurezza.
Probabilmente molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
C’è poi un altro dato che racconta la complessità del carcere viterbese: il Garante regionale registrava a luglio 676 detenuti, tra comuni, alta sicurezza, sex offender e altri circuiti, con 248 stranieri, mentre la struttura comprende sezioni detentive, infermeria, scuola, teatro, cappella e spazi per lavorazioni. Non è quindi soltanto un edificio nel quale vengono chiuse delle celle, è una piccola società con problemi sanitari, psicologici, educativi, culturali e linguistici, tanto che nel 2026 è stato previsto anche un progetto di mediazione culturale e sostegno rivolto in particolare ai detenuti stranieri e alla prevenzione del disagio psichico.
Allora forse anche Viterbo dovrebbe cominciare a considerare Mammagialla un pezzo della città. Università, imprese, cooperative, associazioni, artigiani potrebbero entrare molto di più nei percorsi di formazione e lavoro, perché imparare un mestiere dietro quelle mura non è buonismo, significa aumentare la possibilità che una persona, una volta uscita, viva del proprio lavoro invece di tornare a delinquere. La stessa città dovrebbe sapere quanti detenuti lavorano realmente, quanti frequentano corsi, quanti terminano un percorso scolastico, quanti riescono a entrare in un progetto professionale e quanti trascorrono invece gran parte della giornata senza prospettive.
Sono questi i numeri che dovremmo chiedere insieme a quelli sulle celle e sugli agenti, perché possiamo continuare ad accorgerci del carcere soltanto quando vediamo il fumo salire sopra Mammagialla, oppure possiamo capire finalmente che ciò che accade dietro quel muro prima o poi torna comunque dentro la città.


















