
LETTERE DA MARTE – Cara redazione, c’è una storia che ci raccontiamo qui su Marte, la sera, quando attendiamo che le lune si sovrappongano. Il che avviene, per la latitudine dove mi trovo, circa ogni settimana. Perché un racconto così frequente? Inizierò a raccontarlo e forse lo capirete da soli.
Nella città di Viitarbuu c’era un tale di nome Xal’fyo che per sbarcare il lunario raccoglieva Katuni. Non era il primo lavoro che faceva: aveva lavorato in mezzo ai b’uturdel Xolfa e fatto umili l’avori manuny in kam’paɲa: si era sempre arrabattato perché la sua mamma Xaty’ryŋa gli aveva insegnato che “se voe magnà, ha dà lavorà”! Ma a lui piaceva molto anche leggere e quel poco che aveva imparato alla scuola dell’obbligo l’aveva affinato proprio con la lettura, anche, di testi antichi marziani.
Non avevano una casa, vivevano nelle grotte subito fuori le mura cittadine, nella Valle Vh’aʊl. Con il poco che racimolava però riusciva sempre ad aver qualcosa da mangiare. Ma il freddo e l’umido della Valle in inverno e il caldo sfiancante dell’estate marziana presto, si fecero sentire nelle ossa e nella salute. Fu così che mamma Xaty’ryŋa morì un giorno e Xal’fyo si ritrovò solo, a parte la moltitudine di cani che lo accompagnavano sempre.
A Viitarbuu era un personaggio, ma più che altro era additato dai genitori dei piccoli marziani, come un esempio da non imitare. “Si nun studi devini comme Xal’fyo”! o peggio, “Si nun magni tutta la cena te manno da Xal’fyo, così vedi che vordì”! Xal’fyo non ci badava più a queste cattiverie. Ci si era abituato da bambino, perché era sempre stato messo da parte per la sua povertà.
Un giorno, senza alcun motivo, qualche giovane ben pensante della borghesia della città, lo picchiò in piazza. Fu ricoverato per quasi un mese prima di uscire fuori dall’ospedale. Fu allora, che qualcuno, mosso a compassione gli permise di abitare in un rudere abbandonato a ridosso delle mura nella Valle Vh’aʊl, occupato da giovani sognatori.
Fu lì che morì, tra i pianti di chi l’aveva aiutato e con cui aveva vissuto. Per un po’ l’indifferenza della gente della città lo accompagnò anche da morto. Fino a quando, forse per rimorso, forse per calcolo politico i Xol’ityky locali lo “ricordarono” come “poeta della pace e della lotta” e ancora come “Un antifascista e un “monumento vivente della Viitarbuu popolare, della Viitarbuu Migliore”.
Si sa, che i ricordi scomodi, se ben mitizzati possono essere utili a prender qualche voto in più. Nulla di nuovo sotto il Sole comune del nostro sistema solare, direte. Perché allora ce la raccontiamo?
Perché vediamo che a Viterbo ci sono storie simili. C’è gente che è costretta a vivere ai margini della società in grotte fuori la Valle di Faul. Che l’unica cosa che si fa per loro è applicare la Legge. Beninteso, la Legge è Legge, perciò si applica e ne siamo contenti. Ma ciò non vuol dire che si sia fatta “Giustizia”. Perché quei due signori sono un po’ come il nostro Xal’fyo marziano; disprezzati e additati come un cattivo esempio, ma mai considerate come persone.
Gli auguro almeno di non essere ricordate a favore di telecamera ed esaltate (preferibilmente da morte). Perché la Giustizia è qualcosa di più che applicare la Legge. E’ qualcosa che deriva, a dirla come San Paolo di Tarso, dalla Carità. Per comprendere che significhi vi invito a leggere la sua prima lettera ai Corinzi nel Nuovo Testamento (1 Corinzi 13:1-13).
Non è una romanzina questa. Sono pensieri di chi ha vissuto a Viterbo in quegli anni e trova similitudini e comportamenti sovrapponibili nella sua nuova casa su Marte. Parafrasando Bennato: ma che politica che cultura?… Sono solo pensierini!


















