

VITERBO – I cinquantamila euro concessi dal Comune a Ombre Festival possono e devono essere discussi, come qualsiasi impiego di denaro pubblico. Ma da qui a pretendere che un festival finanziato dalle istituzioni debba invitare soltanto persone gradite a una parte politica, o che la presenza di un ospite controverso trasformi un’intera manifestazione in propaganda, il passo è enorme. I soldi pubblici impongono trasparenza e risultati, non obbedienza culturale.
Attorno a Ombre si è costruita nelle ultime settimane una polemica che rischia di perdere di vista proprio ciò che dovrebbe difendere: la libertà della cultura.
L’articolo di Christian Raimo su Domani ha contestato duramente l’apertura affidata a Giuseppe Cruciani e ha collegato quella scelta al finanziamento pubblico di 50 mila euro concesso dal Comune, arrivando a parlare di un “salotto di pedagogia nera”. Arci Viterbo ha ripreso la questione, definendo Ombre l’evento culturale maggiormente finanziato dall’amministrazione e chiedendosi se non si stia creando una sorta di monopolio culturale cittadino. Anche sul versante opposto sono arrivate critiche alla presenza della sindaca e degli assessori sui palchi del Festival, accusati di trasformare una manifestazione sostenuta dai contribuenti in una vetrina politica.
Sono tutte critiche legittime. Ciò che non convince è trasformare il finanziamento pubblico in una specie di certificato ideologico. Se un Comune finanzia un teatro non approva ogni frase pronunciata dagli attori, se sostiene una rassegna cinematografica non condivide necessariamente il pensiero di tutti i registi; allo stesso modo, se contribuisce a un festival culturale, non dovrebbe pretendere che ogni ospite corrisponda alla sensibilità della maggioranza che governa, dell’opposizione o delle associazioni che operano sul territorio.
Altrimenti non finanziamo più cultura, finanziamo conformità. E guardando il programma di Ombre 2026 diventa difficile sostenere seriamente che esista una sola direzione politica. Sullo stesso cartellone sono comparsi Giuseppe Cruciani e Stefano Bonaccini, Matteo Piantedosi e Luigi De Magistris, Mario Giordano e Serena Bortone, Gennaro Sangiuliano e Alessandro Di Battista, Pietro Grasso, Michele Emiliano, Nicola Gratteri, Federica Angeli, Bruno Vespa e molti altri. Un programma di circa un mese, tra Viterbo e Tuscania, con decine di appuntamenti gratuiti e voci provenienti da esperienze culturali, istituzionali e politiche profondamente differenti.
Si può criticare Cruciani, naturalmente, e si possono ritenere alcune sue affermazioni provocatorie, sbagliate o persino offensive, ma contestare un ospite è cosa diversa dal mettere sotto processo un festival intero per averlo invitato. Anzi, la risposta forse più interessante alla polemica è arrivata proprio dal direttore Alessandro Maurizi, che invece di chiedere l’esclusione di Christian Raimo ha dichiarato di volerlo invitare come primo ospite della prossima edizione, per permettergli di esporre pubblicamente le proprie tesi.
Questa dovrebbe essere cultura: non scegliere preventivamente chi può parlare, ma mettere opinioni differenti davanti a un pubblico capace di giudicare. Il finanziamento pubblico, semmai, rende necessario porre altre domande, molto più concrete. Quanto è costato complessivamente il Festival, quale quota è stata coperta dal Comune, quali risorse sono arrivate dalla Regione, dalle fondazioni e dagli sponsor privati, quante persone hanno partecipato, quale ricaduta economica ha avuto sulla città, quanti alberghi, ristoranti e attività commerciali ne hanno beneficiato, quale visibilità nazionale ha prodotto per Viterbo.
Ombre, infatti, non è sostenuto soltanto dal Comune: tra i soggetti indicati come sostenitori figurano Regione Lazio, Consiglio regionale, Comune di Tuscania, Fondazione Carivit, Banca Lazio Nord, ANCE, Unindustria e altre realtà. Sono questi i dati sui quali dovrebbe essere valutato l’utilizzo del denaro pubblico.
Perché cinquantamila euro possono essere troppi per una manifestazione incapace di produrre pubblico, cultura e ricadute sulla città, ma potrebbero essere una cifra ragionevole per un evento che per settimane riempie piazze, porta decine di protagonisti nazionali a Viterbo, offre gratuitamente gli incontri e contribuisce a collocare la città dentro un circuito culturale più ampio. Il Comune stesso inserisce Ombre nella propria programmazione culturale estiva e il Festival considera il rapporto con la città parte del percorso verso la candidatura di Viterbo e della Tuscia a Capitale europea della Cultura 2033.
Naturalmente anche le istituzioni devono avere misura. Un sindaco o un assessore può partecipare, salutare, moderare e confrontarsi, ma deve evitare che la presenza istituzionale diventi occupazione del palcoscenico, soprattutto quando l’amministrazione finanzia l’evento. Su questo la critica politica può essere utile e perfino necessaria, ma è una questione diversa dalla libertà del Festival.
La cultura finanziata dal pubblico non deve essere né di destra né di sinistra: deve essere aperta. E aperta significa anche accettare che sul palco salga qualcuno che ci irrita, purché accanto a quella voce possano trovarne spazio molte altre. Ombre può certamente migliorare, può essere criticato e deve rendere conto dell’utilizzo delle risorse pubbliche, ma trasformare quei 50 mila euro in un argomento per decidere chi possa o non possa essere invitato produrrebbe un risultato ben più pericoloso.
Perché il giorno in cui chi finanzia la cultura pretende anche di stabilire quali idee siano ammesse, non avremo finalmente difeso i soldi pubblici: avremo semplicemente cominciato a finanziare il pensiero unico.

















