

SPECIALE – Dicono i dotti, con quella loro parlata che sa di biblioteca e poca polenta, che il Rinascimento sia faccenda interamente fiorentina o, al massimo, una svisata dei veneti che sanno di mare e di spezie. Balle, signori miei. Balle colossali da storici della domenica che non hanno mai masticato la polvere delle strade di provincia, dove il genio nasce selvatico tra i filari di vite e le pietre di tufo.
Prendete Lorenzo da Viterbo. Un nome che ai più dice poco, abituati come sono ai fanti di prima linea come l’Urbinate o il Buonarroti. E invece questo Lorenzo, classe millequattrocentoquarantasette (anno più, anno meno, che all’epoca i registri parrocchiali andavano a braccio), era un autentico fuoriclasse. Un mediano di spinta che sapeva ricamare come un’ala destra e colpire come un centravanti di sfondamento. Morì giovane, anzi giovanissimo, non ancora trentenne, lasciando il mondo dell’arte orfano di una gamba che avrebbe potuto fare sfracelli nel campionato della pittura italica.
Il Genio della prospettiva gagliarda
Il ragazzo viterbese non era un epigono, uno Tzu. No, Lorenzo aveva la stoffa del capitano. C’era in lui la lezione di Piero della Francesca – il Gran Visir della prospettiva, l’uomo che geometrizzò l’anima – ma declinata con una muscolarità tutta laziale, una foga che definirei quasi terragna.
Laddove Piero era algido, matematico, fermo come un difensore d’area vecchio stampo, Lorenzo ci metteva il sangue, il colore che pulsa, la carne delle sue genti viterbesi. Il suo genio sta tutto qui: aver capito che la grande rivoluzione dello spazio (la prospettiva, per l’appunto) non doveva rimanere un teorema da accademici, ma poteva farsi racconto, cronaca viva, respiro di popolo. Sapeva piazzare le figure nello spazio con una tale maestria architettonica che i suoi affreschi sembrano tuttora palazzi costruiti per durare l’eternità. Una pittura di peso, di sostanza, senza fronzoli da damerini.
L’importanza tattica nel torneo dell’arte
Nella grande scacchiera del Quattrocento, Lorenzo da Viterbo occupa una posizione cruciale, da regista avanzato. È l’anello di congiunzione tra l’austera sapienza centro-italica e l’umanesimo più schietto. Se il destino non avesse fischiato la fine della sua partita prima del tempo, oggi parleremmo di lui come di un caposcuola assoluto, un pivot attorno al quale far ruotare la storia dell’arte laziale e non solo.
La sua importanza sta nell’aver portato la Tuscia al centro del ring. Ha dimostrato che lontano dai salotti dei Medici o dalle corti dei Gonzaga si poteva produrre una pittura moderna, audace, capace di guardare in faccia Roma e costringerla a togliersi il cappello.
La mappa del tesoro: dove scovare i suoi gol
Per vedere all’opera questo campione del pennello, bisogna fare i viandanti, rimettersi gli scarponi e andare a cercarlo nei suoi feudi. La sua partita d’addio, il suo capolavoro assoluto, lo trovate a Viterbo, nella Cappella Mazzatosta all’interno della Chiesa di Santa Maria della Verità.
Lì c’è lo sposalizio della Vergine: un affresco che è una sfilata di ritratti della Viterbo che contava, una tribuna d’onore dove Lorenzo ha dipinto i notabili dell’epoca con una farsa e una verità da far accapponare la pelle. Ci sono i cronisti del tempo, i magistrati, i tipi da osteria, tutti lì, bloccati in un fotofinish eterno. Un bombardamento di sguardi e di colori che, nonostante le ferite dell’ultima guerra mondiale (i maledetti bombardamenti del ’44 che ridussero l’affresco in frantumi, poi pazientemente ricomposti come un mosaico impossibile), grida ancora la sua classe purissima.
Qualcos’altro del suo tocco lo si può rintracciare nei dintorni, tra frammenti e intuizioni sparsi nella provincia viterbese e in qualche deviazione verso Roma, ma è a Santa Maria della Verità che Lorenzo ha firmato la sua tessera d’immortalità. Lì c’è il genio vero, quello che non ha bisogno di sponsor.
















