L’Italia dei salari bassi passa anche da Viterbo: in tanti sotto i 15mila euro
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Quando il lavoro non protegge più dalla povertà.

VITERBO – C’è una provincia che racconta meglio di molte analisi nazionali che cosa sta diventando il lavoro in Italia. È Viterbo, Tuscia apparentemente tranquilla, lontana dalle metropoli e dai grandi poli industriali. Qui il lavoro c’è, ma paga poco. E paga poco in modo strutturale. Non per eccezione, ma per sistema.

Secondo i dati di ISTAT e INPS, la provincia di Viterbo è stabilmente ultima nel Lazio per retribuzione media annua, con stipendi lordi di migliaia di euro inferiori alla media regionale e nazionale. In alcuni settori, una quota significativa di lavoratori resta sotto i 15 mila euro lordi l’anno. Lavorano, ma restano poveri. Non è un’anomalia locale. È un pezzo d’Italia.

Per decenni il lavoro è stato lo strumento principale di mobilità sociale. Oggi non è più così. A Viterbo, come in molte aree del Paese, il lavoro ha smesso di essere una garanzia di autonomia economica. Contratti a termine, part-time involontari, cooperative, appalti al massimo ribasso e stagionalità permanente producono occupazione, ma non benessere.

Il risultato è un paradosso che la politica continua a rimuovere: cresce l’occupazione, ma non diminuisce la fragilità sociale. Il lavoro non protegge più dalla povertà. Il caso di Viterbo mostra il volto di un modello che si sta estendendo: province trasformate in territori “low cost”, dove il contenimento del salario diventa l’unica leva competitiva. Un modello che può funzionare nel breve periodo, ma che nel medio e lungo termine svuota i territori, spinge i giovani ad andarsene, impoverisce il tessuto produttivo e sociale.

Chi resta lavora molto, guadagna poco, consuma meno. I centri storici si spengono, i servizi si riducono, la natalità crolla. È la spirale silenziosa del lavoro povero. Le retribuzioni povere non sono un effetto collaterale inevitabile della globalizzazione. Sono il frutto di scelte politiche precise: appalti pubblici che al massimo ribasso che comprimono il costo del lavoro; assenza di una strategia industriale e formativa; debolezza della contrattazione; accettazione dell’idea che “meglio lavorare poco e male che non lavorare”.

A Viterbo questa logica è diventata normalità. Ma la normalità, quando produce povertà, è il vero scandalo. C’è poi un effetto meno visibile, ma altrettanto grave. Il lavoro povero indebolisce la democrazia. Chi vive costantemente sul filo dell’emergenza economica partecipa meno, si fida meno, è più esposto alla rabbia e al rancore. Non è solo una questione di stipendi: è una questione di cittadinanza.

Un Paese che accetta che intere aree vivano di salari bassi è un Paese che accetta una democrazia a bassa intensità. Viterbo non è un’eccezione. È un avvertimento. Se il lavoro continua a perdere valore nelle province, il problema non resterà confinato ai margini. Diventerà il centro della questione sociale italiana. Rimettere al centro il salario, la stabilità, la qualità del lavoro non è una bandiera ideologica. È una necessità nazionale. Perché un’Italia che lavora ma resta povera è un’Italia che smette di crescere, di credere, di tenere insieme il proprio futuro.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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