L'inguaribile schifezza della politica viterbese e la speranza
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Strani giorni quelli che stiamo vivendo. A un anno e mezzo dall'inizio dell'era Michelini forse la cosa da cui ripartire è il testamento di Filippo Rossi. Ma "morto" (come presidente) lui nessuno vuole leggerlo.

Prime donne, nani e ballerine. Ma anche “barattoli di Nutella”, per dirla alla Scaramuccia. Annuncite cronica e poca sostanza, lentezza e lentezza e lentezza. Anche superficialità e personaggi prestati alla politica ma in cerca d’autore. Questa è la storia politica della Tuscia, che ricalca non poco quella dell’intero Paese.

Anche ora, anche ora che intorno al palazzo iniziano ad ammassarsi le macerie dei disoccupati, dei quarantenni ancora sotto il tetto di papà e che per uscire mungono la borsetta di mamma, come se fosse una versione freudiana dell’infantile “zinna”.

Tutto meritato, per carità di dio. Meritato perché Montanelli insegna che la colpa non è di chi sta sopra, ma di chi abbassa la testa. E di gente che nella Tuscia la testa è talmente abituato ad abbassarla davanti al politico di turno c’è talmente tanta che qualche studioso della democrazia potrebbe teorizzare l’esistenza alle nostre latitudini di una sub-democrazia.

 

 

Clientele talmente lunghe e ramificate che i posti pubblici sembrano condomini di pochi appartamenti. Sempre gli stessi cognomi, il che sarebbe poco male se a ricoprire l’incarico o il posto fisso o precario ci fosse almeno qualcuno competente. E così il denaro che poteva servire allo sviluppo è stato perso in sterili elemosine, che ora stanno finendo per dissanguamento dell’elemosinante forzato: il popolo bue.

In tutto questo s’intravede lo spettro di una città piena di ricchezze. Mai sfruttate o se messe a sistema lo si è fatto solo per dare ossigeno alle solite cerchie. Cerchie talmente ristrette e scontate che sembra di essere su Google plus.

In tutto questo la città una speranza l’ha nutrita, un anno e mezzo fa. L’anno della scesa in campo del sindaco imprenditore, dell’ingegnere, del borghese illuminato. Ha raccontato la storia di una città diversa, poi nei fatti tutto questo non si è ancora materializzato. I meccanismi raccontati come nuovi somigliano troppo a quelli già sperimentati, senza frutto, nel passato.

Il merito sembra ancora oggi essere requisito secondario, le idee non vengono fuori e le risorse non vengono messe al servizio di un progetto capace di guardare oltre alle mura del presente.

E in questo, forse, ha ragione Filippo Rossi. Il fino a ieri presidente del consiglio si è dimesso, ma ha anche lasciato ai consiglieri un testamento. Ha messo in evidenza la mancanza di programmazione che contraddistingue anche questa amministrazione. Ma nessuno sembra averlo ascoltato veramente.

Il testamento di Rossi è scomodo, meglio non ascoltarlo. Meglio passarci sopra e riempire il vuoto amministrativo con la vecchia litania dei riequilibri, delle cordate, degli assessori inattivi per alcuni ma intoccabili per altri.

Tutto questo mentre la gente guarda sempre più nervosa. Desiderosa di una classe dirigente nuova, che però non si presenta ancora alle porte della città. Una classe dirigente fatta di concretezza, idee, prospettive, determinazione e rapidità. Una classe dirigente che non c’è, ma che sarebbe bene si formasse davvero. Si formasse per scalzare questo vecchiume ormai insucchiabile.

 

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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