L'incontro di 25 aprile tra "un fascista vero" e "un partigiano vero"
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EDITORIALE - Rosso sul calendario, è il 25 aprile. Festa d'Italia ma è innegabile quanto gli umori intorno a questa giornata non siano concordi. Così come le letture e il clima nelle case. 

EDITORIALE – Rosso sul calendario, è il 25 aprile. Festa d’Italia ma è innegabile quanto gli umori intorno a questa giornata non siano concordi. Così come le letture e il clima nelle case. 

Ogni anno il Paese si risveglia di 25 aprile con un ormai vecchio e logoro nodo gordiano ancora non sciolto. Ne sono prova le annuali polemiche, ferri vecchi che non fanno altro che appesantire i cuori e le teste nell’anno di grazia 2020. Si badi è un discorso di frange, per i più il 25 aprile è giorno di festa senza se e senza ma. Anche se poi magari troppi non conoscono proprio bene che tipo di festa e perché lo sia proprio questo giorno. 

Quella del 25 aprile è una storia di complessità. Una data che parla di liberazione dell’Italia dal nazifascismo, direbbe il Bignami. E’ il momento della fine di una guerra civile dolorosa, con due fronti italiani. Quello partigiano e filo-alleato e l’altro di arroccamento e difesa del regime fascista, con baluardo a Salò, e dell’idea hitleriana della fortezza Europa. Roba di cui, forse, si potrebbe parlare con vera cognizione di causa dopo avere letto migliaia di libri. 

In semplificazione ci arrivano in soccorso le classiche categorie destra-sinistra, stravolte nella loro identità reale e piegate a costruire un’arena politica dove la gente possa comodamente sedersi. Abbiamo rappresentato una semplificazione abnorme ma è per rendere l’idea. In questo schema c’è la disgrazia, non della festa ma di chi la vive male, del tifo. A cui puntualmente sono costretti a essere spettatori tutti. Basta scorrere Facebook per vedere post contro l’Anpi, altri che sottolineano come “con i fascisti i conti sono stati chiusi 75 anni fa”. Nipotini di quel mondo che giocano ancora al “piccolo partigiano” e al “piccolo fascista”. Roba da manicomio. Eppure così è. E sono molti gli attori che continuano, anno dopo anno, a prestare il proprio volto a questa sceneggiata. 

Una sorta di ridicola continuazione di una guerra civile, oggi tutta distintivo senza pistole (per fortuna). Ma comunque fastidiosa, imbarazzante. Il nodo gordiano del 25 aprile deve essere sciolto. Anche perché oggi quella ferita viene riattualizzata in farsa e questo non fa bene a nessuno. Magari solo a qualche signore del consenso che con le solite menate rinsalda i propri fan. 

Cosa si direbbero oggi, nel 2020, un fascista vero e un partigiano vero, trovandosi l’uno di fronte all’altro? E’ la domanda che vogliamo mettere sul tavolo in questa giornata, come spada per spezzare dentro ogni lettore il nodo gordiano di cui si diceva. Prima di procedere con l’azione di questa scena ci teniamo però a dare delle definizioni un minimo più dettagliate. Per “fascista vero” intendiamo qualcuno che ha vissuto il Ventennio, che ne è stato plasmato, che ha provato l’emozione di acclamare il Duce, che ha creduto nell’Impero e poi in nome di tutto questo si è trovato al fronte e ne ha visto la rovina. Non importa se sotto le bombe in Africa, se nel freddo della Russia o su una nave davanti a qualche isola greca. 

Per “partigiano vero” intendiamo qualcuno che a un certo punto della sua vita, non interessa se già nel 22 oppure nel 30 o anche nel 38 o infine nel 43-44 e anche all’ultimo nel 45, ha visto nel regime di Mussolini un qualcosa di poco lucente e molto pieno di tenebre e ha deciso di combatterlo. Il concetto stereotipato di partigiano come il combattente di montagna andrebbe superato. Ci permettiamo di invitare tutti a cercare lo spirito partigiano leggendo la vita di Sandro Pertini e magari a recarvi a Livorno, nel quartiere Venezia, e accomodarvi per un po’ sul muretto che affaccia sul canale da cui si vede il vecchio carcere dove Pertini fu messo dal fascismo. 

Torniamo alla scena che abbiamo costruito. Un “partigiano vero” e un “fascista vero” si trovano nel 25 aprile dell’anno 2020. Nella dimensione salottiera e banalizzante in cui molti di noi si trovano a pensare al 25 aprile l’azione dovrebbe svilupparsi necessariamente così: “farebbero a farsela”, “non si rivolgerebbero la parola”. La sequenza che abbiamo immaginato immortala una scena di questo tipo: l’uno abbraccia l’altro, sorridendo entrambi della libertà in cui hanno iniziato a vivere dopo il 1945. Sicuro piangerebbero. Tirerebbero fuori dal portafoglio le rispettive foto dei nipoti e si racconterebbero dei propri figli. Uno ha studiato e fa il medico, l’altro si è fatto strada negli Stati Uniti e la femmina è sposata con un artista tedesco. Si badi non la figlia del “fascista vero” ma quella del “partigiano vero”.

Il 25 aprile 1945, è la fine di una guerra. La fine. I padri di questo nuovo mondo chiamato Repubblica Italiana hanno voluto, lasciando al popolo la scelta, l’Msi in Parlamento. Perché sapevano che dovevano tornare ad abbracciarsi, dovevano tagliare di netto il nodo gordiano. Avevano tra le mani l’Italia della democrazia da costruire. Così, con l’esempio, hanno davvero vinto il fascismo. E i vinti hanno guardato e capito. Sono diventati essi stessi altro. Compaiono celtiche, svastiche sui palazzi d’Italia? Folclore. Come quando vai a Praga e tra serate in locali dentro palazzi interi, litri di birra e consumismo sfrenato ti compri una spilletta dell’Urss al mercatino. 

Per capire il 25 aprile, per uscire dal ridicolo della farsetta che ogni anno tende a ripetersi stanca, guardiamo al “partigiano vero” e al “fascista vero”. Anche perché che a tenere certe posizioni dell’uno contro l’altro siano persone che poco ne sanno o peggio di quel poco che sanno si trovano a fare usi strumentali è roba da anni Sessanta. Invece suona l’anno 2020. Si ricordi questa data, il suo senso profondo, si omaggi la memoria di chi ha combattuto per la libertà. Lo si faccia nella massima serietà e col sorriso. Il Paese non è lo stadio dove atteggiamenti e parole diventano slogan. Buon 25 aprile, buona democrazia. Evviva la Repubblica Italiana. 

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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