
EDITORIALE – Quanto rumore. Nessuno sembra più avere l’educazione del silenzio e la parola ormai è strumento di costruzione per narrazioni sempre più autoreferenziali, sostenute dal narratore di turno e dalla cerchia che dal narratore stesso ottiene qualcosa. Parole usate sempre più per raccontare falsità, consapevoli che lo siano ma anche abbastanza scaltri da conoscere il detto di Goebbels (il comunicatore del nazismo): “Ripeti una bugia cento volte e diventerà realtà”. Che poi anche questa pare sia una leggenda e non c’è traccia storica che ci permetta di attribuirla al marketer di Hitler.
In questi giorni c’è una notizia interessante. Palazzo dei Priori ha deciso di dotarsi di una manager per il centro storico. Un passo concettuale importante per la chiaramente retrograda Viterbo. Leggiamo con attenzione gli interventi a commento che provengono, il più delle volte, da persone che esprimono giudizi e pareri ma non conoscono nulla del mondo culturale di riferimento di questa azione. Più sono ignoranti e più sono determinati a giudicare. C’è un fraintendimento sulla libertà di espressione. Il fatto che tutti possano dire la propria non significa che la parola di ognuno valga nella stessa maniera. Le parole di Umberto Eco su una questione storica non possono valere come quelle di chi scrive. Fiumi di parole e di cattiverie bersagliano chiunque cerchi di fare qualcosa.
Pensiamo ad Hannah Arendt e al suo “la banalità del male”. In effetti il male è qualcosa di semplice, un virus contagioso. Si nutre di opportunismo, di codardia, di silenzio, di quel trucchetto tanto diffuso di nascondere le questioni sotto al tappeto facendo finta che non esistano. Molto strano per una comunità che si dichiara, in larga parte, cristiana. Pensate anche alla nostra politica e alle “dichiarazioni di Cristianesimo per polli” sbandierate ai quattro venti: dal rosario di Salvini alla Giorgia Meloni “madre, cristiana, etc” da pulpito.
Eppure il male c’è tutto. Le nostre scuole sono sempre più piene di bullismo, che parte dalla tenera età e arriva fino ai “perfettissimi” licei. Eppure quando qualche professionista pone la questione la prassi è “il linciaggio” a opera dei negazionisti. La partita diventa non tanto l’affrontare il problema ma il mettere a tacere la fonte della notizia. Ma sono pieni di bullismo anche i nostri posti di lavoro. Pullulano di individui che vogliono esercitare poteri che non hanno e che si costruiscono e cercano d’imporre con l’imbroglio, la maldicenza, la fabbricazione di realtà che realtà non sono ma solo narrazioni artefatte e interessate, la manipolazione persino delle norme e delle regole. Creano disparità di trattamenti, equivoci, luci negative da proiettare su chi magari non si allinea alla loro visione delle cose, etc. E anche qui come nelle scuole si fa finta di non vedere e magari si ha la tentazione di colpire la fonte della notizia che annuncia l’esistenza di qualcosa che non dovrebbe esistere.
Di male ne è intrisa la nostra politica ogni volta che bersaglia qualcuno per ragioni di potere. Ogni volta che punta l’indice su un presunto scandalo costruito dai rivali che però è identico spiccicato alla scandalo determinato in almeno altre dieci situazioni dagli inquisitori di turno. La doppia morale è la sentinella del male. Il risultato? Un veleno mortifero che strozza le persone, le città e lo sviluppo dei territori. Un male che serpeggia, convinto di farla eternamente franca, e fiducioso di poter trovare sempre compiacenza nei silenzi, negli opportunismi, nella doppia morale messa a supporto di strampalate narrazioni ripetute dieci, cento, un milione di volte.
Quando penso al male mi viene sempre in mente un giorno di maggio del 1992. Facevo le elementari e la maestra ci portò tutti a mensa, accese il televisore e piazzò davanti a noi, bambini di una decina d’anni, le immagini del funerale di Giovanni Falcone. Nel corso della vita ho avuto modo di incontrare e di parlare con tanti protagonisti di quei giorni. Penso al fratello del giudice Borsellino, al magistrato Ayala, al giudice Pietro Grasso, dalle cui mani ho anche visto accendersi l’accendino dell’amico morto.
Quando penso al male penso a Falcone, sempre. Un uomo che faceva cose semplici: voleva che gli italiani fossero liberi e potessero prosperare senza il giogo dei prepotenti. Ogni volta che incontro il male vedo la prepotenza. Riconosco che è la stessa che fece saltare in aria con il tritolo Giovanni Falcone. I prepotenti, da quel giorno di maggio del 1992, alle mie narici hanno sempre puzzato di tritolo. Ogni volta che sento quel tanfo capisco che è inevitabile doverci fare i conti ogni giorno, anche non volendo. Ogni volta mi viene da dire dentro “liberaci dal male” e imparare a lavorare, per quello che posso, come ha insegnato Falcone. Con quella consapevolezza che il male “è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Compito di ognuno è fare sì che accada quanto più velocemente sia possibile.

















