

VITERBO – Si parla molto di centro storico. Diciamo che è uno dei temi più gettonati a Viterbo, anche se ovviamente non solo. Un tema complesso, su cui servirebbe aprire riflessioni approfondite. Spesso infatti il tema della crisi dei centri storici vuole essere affrontato con cure palliative. E il risultato non c’è.
La svolta urbana della civiltà: la città protetta
Nella storia dell’Essere Umano la città ha svolto un ruolo decisivo. Ha segnato il passaggio dalla società e dall’economia cacciatrice-raccoglitrice nomade alla società urbana, agricola e artigianale. Con enormi ripercussioni non solo sul piano economico-produttivo, ma anche sul potere sociale, sulle regole della convivenza, persino sulle caratteristiche della religione.
Per circa dodicimila anni (le prime città come le intendiamo noi risalgono al X millennio a. C.) la città ha avuto una funzione di protezione dei suoi abitanti. Mura di difesa; quartieri abitativi composti da tracciati viari stretti, volti alla difesa non solo dal nemico ma anche dalle intemperie; aree artigianali e commerciali immediatamente fruibili, strettamente inserite nel contesto urbano. Rara la presenza di aree residenziali extra moenia: qualche struttura relativa alle attività agricole e zootecniche, oppure ville suburbane e castelli protetti delle aristocrazie nobiliari e fondiarie.
La svolta industriale e tecnologica della civiltà: la città aperta
Le cose cambiano già nel XIX secolo e sempre più velocemente in tutto il XX. Con l’avvento dell’industrializzazione, che per motivi ambientali si estende al di fuori dei centri abitati (e qui si creeranno anche i primi quartieri operai periferici). Con l’avvento della ferrovia, della tramvia, del primo traffico automobilistico, che esigono spazi ampi e vie di comunicazione diritte, che conducono a quel processo di “hausmannizzazione” (dal nome del primo urbanista che ne fece largo uso) che interessò soprattutto le capitali europee tra i 1870 e il 1930. Con il cambiamento degli stili di vita e dei consumi, inoltre, la popolazione si orienta verso abitazioni e quartieri più comodi, accessibili, fruibili (si pensi alla disponibilità dell’automobile, e quindi alla necessità di parcheggi, ad abitazioni più ariose ed efficienti, al bisogno di spazi verdi, ecc.) che si estendono verso nuovi quartieri periferici. Nel XXI secolo, inoltre, emergono nettamente i problemi di inquinamento atmosferico nei vecchi centri storici, la loro scarsa accessibilità, si trasformano ulteriormente le forme del consumo (vedi l’esplosione dei centri commerciali, con tutti i loro vantaggi) e degli stili di vita (risparmi energetici, circolazione, smart cities).
La crisi dei centri storici tradizionali
Di qui, oggi, la crisi dei centri storici. Crisi demografica (anche del 90%), quantitativa ma anche qualitativa per le crescenti forme di ghettizzazione sociale; crisi commerciale; degrado urbano (almeno delle parti non monumentali); problemi di accessibilità e di fruizione continuativa.
Si tratta di fenomeni che, allo stato delle conoscenze disponibili, nessuna politica urbana è riuscita a invertire stabilmente e che numerose indagini scientifiche, anche interdisciplinari, descrivono come strutturali.
Le cure palliative
Le cure dunque sono palliative. Passi la tutela dei beni artistici, paesaggistici, architettonici delle aree di maggior interesse culturale, perché attraggono visitatori, in qualche misura residenti d’élite, ma soprattutto operatori economici della ristorazione e dell’ospitalità turistica. In altri casi si cerca di destinare contenitori di alto e medio pregio (chiese sconsacrate, palazzi storici, edifici di grandi dimensioni) ad attività pubbliche e istituzionali: sedi di uffici, musei, sale mostre, sale per spettacoli, sedi di associazioni del terzo settore, spazi di esibizione artistica, luoghi di esposizione e vendita di prodotti artigianali, co-housing universitario, centri di informazione. In ogni caso, qualcosa che ha poco a che vedere con la residenzialità.
Ma nessuna di queste soluzioni prospettate, se non con ridotte eccezioni, porterà la gente ad abitare le strette e disagevoli vie del centro storico; semmai porterà a popolare in determinati periodi dell’anno, dei mesi, dei giorni i B&B o qualche disagevole ma pittoresca seconda casa. Con la necessità comunque di garantire la dovuta accessibilità (parcheggi extra moenia o di prossimità, bus navette).
In numerose ricerche si è chiesto ai residenti nelle nuove periferie se andrebbero a popolare il vecchio centro storico. Quasi nessuno ha risposto positivamente: qualcuno ha detto sì, purché fossero a disposizione parcheggio sotto casa più garage, ascensore, balconi, risparmio energetico, igiene pubblica adeguata, parco giochi e aree verdi, illuminazione efficiente. Ecco, appunto.
L’idea della disneyzzazione: ma ci vogliono delle doti congenite
Così molti studiosi hanno parlato della opportunità di una “disneyzzazione” dei centri storici. Usando questo termine non nel senso dispregiativo corrente, ma come modello di organizzazione permanente dell’offerta culturale, turistica e ricreativa. E quindi non nel senso di banalizzarne la fruizione secondo gli stili più rituali del consumismo turistico, come qualcuno potrebbe snobisticamente pensare. Ma nel senso di trasformare un ampio spazio urbano ormai superato sul piano della funzione residenziale, in un grande contenitore di servizi culturali, spettacolari, comunicativi, economici, artigianali, enogastronomici, salutistici, di aggregazione sociale, di turismo, per dodici mesi all’anno. Per farlo, occorre avere un centro storico identificabile (una quasi perfetta cerchia di mura?); un patrimonio artistico di prim’ordine (un centro storico medievale tra i più estesi e conservati d‘Europa?), musei di elevato valore storico-archeologico (dagli etruschi al rinascimento?); occasioni di benessere di qualità (magari acque e cure termali?); notevole patrimonio di storia da trasformare in narrazione (fascinose leggende?); eventi del folclore di particolare attrattività antropologico-culturale (un bene immateriale Unesco?). Fin qui, doti per così dire “congenite”. Fortunata la città che le possiede…
L’idea della disneyzzazione: ma ci vogliono anche competenze e voglia di vincere
Poi però ci vogliono le doti da costruire. Un team di esperti di vario genere e di alta caratura capaci di elaborare un progetto top e di trasformarlo in una realtà top. Una classe politica e culturale locale capace di recepire il progetto e di attuarlo istituzionalmente, andando oltre ai battibecchi da cortile, pardon, da corridoio, e di farsi valere a livello regionale e nazionale; una popolazione disponibile a trasformare una ipotesi in realtà, mostrandosi pronta a collaborare con una mentalità avanzata e non con le frustrazioni da modesta, sonnacchiosa, querula e litigiosa provincia di un tempo.
Non tanto per gareggiare con Matera, Siena, Lucca o Urbino. Quanto per gareggiare con Granada, Avignone, Bruges o Edimburgo.
P.S.: Eurodisney è estesa per una ventina di kmq. Il centro intramoenia di Viterbo per 2-3 kmq. Anche al netto dei notevoli spazi verdi disneyani (oltre due terzi del totale), nulla di impossibile da confrontare.



















