

VITERBO – Puntuale come l’afa, come il ronzio delle cicale che accompagna l’arrivo dei mesi caldi, piomba sulla testa dei viterbesi l’ennesima scure del trasporto pubblico. L’estate alle porte non porta con sé solo la promessa del mare e del riposo, ma il solito, stantio e deprimente copione per il popolo dei pendolari: la linea ferroviaria Roma–Civita Castellana–Viterbo si appresta a vivere mesi di passione. Cantieri aperti, binari interrotti e la “continuità del servizio” che si trasforma in un miraggio, o nel migliore dei casi, in un esercizio di sopravvivenza quotidiana.
Dall’8 giugno 2026 fino ai primi giorni di settembre, viaggiare verso la Capitale sarà un’odissea programmata. Lo dicono le note ufficiali, lo confermano le rimodulazioni degli orari: la linea si spezza in più tronconi. Non è una novità, sia chiaro. È una storia che si ripete ciclicamente, una ferita aperta che nessuno sembra in grado di sanare definitivamente. Mentre la politica parla di potenziamento e di infrastrutture del futuro, chi ogni mattina deve timbrare il cartellino a Roma o a Civita Castellana si ritrova a fare i conti con la dura realtà della terra di mezzo.
Il piano operativo varato per consentire i lavori di manutenzione è la mappa di un disagio annunciato. Si viaggerà a scartamento ridotto, con una drastica sforbiciata alle frequenze dei convogli soprattutto nelle fasce strategiche, quelle mattutine e serali, dove si concentra la vita di chi lavora e di chi studia. Ma il vero spauracchio, il momento in cui la pazienza dei viaggiatori rischia di evaporare sotto il sole di luglio, è il ricorso forzato ai bus sostitutivi.
Il viaggio si fa misto, ibrido, incerto. Si scende dal treno, si sale sul pullman, si spera nel traffico della Flaminia e del Grande Raccordo Anulare. I trasbordi diventeranno la routine di un popolo costretto a digerire tempi di percorrenza dilatati all’infinito. Nella fase centrale dei lavori si arriverà persino alla chiusura totale di alcune tratte urbane, dove il ferro lascerà completamente il posto alla gomma. Un paradosso tutto italiano: per modernizzare la ferrovia, si costringono le persone a tornare sulla strada.
I gestori della linea si affrettano a rassicurare, spiegando che i pullman avranno frequenze differenziate per coprire le ore di punta e che, alla fine di questo calvario estivo, la rete sarà più efficiente e affidabile. Ce lo auguriamo tutti. Ma le promesse a lungo termine faticano a riscaldare il cuore di chi sa già che da giugno dovrà svegliarsi un’ora prima e tornerà a casa un’ora dopo, accumulando ritardi, stanchezza e frustrazione.
La Roma-Viterbo resta lo specchio di una provincia che fatica a rimanere agganciata ai ritmi della modernità. Una linea strategica che continua a essere trattata come una ferrovia di serie B, dove il pendolare non è un cliente da tutelare, ma un utente da far accomodare, con rassegnazione, sull’ennesimo autobus sostitutivo. L’invito ufficiale è quello di “consultare costantemente gli aggiornamenti”. Tradotto dal burocratese: armatevi di pazienza, l’estate sta arrivando e non sarà una passeggiata.

















