
VITERBO – C’è una Viterbo che non fa rumore, che stringe i denti e che, spesso dietro la cortina di un pudore silenzioso, bussa alla porta della solidarietà. Sono i numeri a raccontarlo, nudi e crudi, senza sconti. Numeri che pesano come macigni e che restituiscono la fotografia impietosa di un disagio sociale che non accenna a indietreggiare. Nel corso del 2025, l’Emporio solidale — la struttura intitolata ad Alfio Pannega e gestita da “Viterbo con Amore” — ha teso la mano a ben 580 famiglie, per un totale di circa 1.600 persone aiutate. Un dato in leggero aumento rispetto al 2024 che certifica quanto la coperta, per troppi cittadini, continui a essere drammaticamente corta.
A snocciolare le cifre, con la concretezza di chi ogni giorno si sporca le mani sul campo, è il presidente Domenico Arruzzolo. Lo fa a pochi giorni da un traguardo storico e di immenso valore per la comunità: il prossimo 4 ottobre, l’associazione taglierà il prestigioso traguardo dei 25 anni di attività. Un quarto di secolo passato a intercettare le fragilità, a rammendare gli strappi di un tessuto economico e sociale sempre più fragile.
Ma dietro alle statistiche si nascondono le storie. E c’è un dato, in particolare, che inchioda le coscienze e impone una riflessione profonda. La tessera che dà accesso all’Emporio ha la durata di un anno: alla scadenza va restituita, e per poterla chiedere nuovamente bisogna far passare un anno di stop. Eppure, il 70% delle famiglie che si rivolgono alla struttura l’aveva già avuta negli anni passati. Una porta girevole del bisogno che restituisce una verità amara: da una situazione di povertà cronica è maledettamente difficile uscire. La risalita è un sentiero di montagna interrotto, dove l’asticella della dignità quotidiana si scontra con la precarietà strutturale.
I requisiti per accedere al sostegno parlano chiaro: serve un Isee inferiore a diecimila euro. E dentro questo perimetro di difficoltà, la geografia della povertà azzera le differenze. Il 50% dei nuclei assistiti è di nazionalità italiana, l’altro 50% straniero. Un equilibrio esatto che ribalta i vecchi cliché, confermando come la crisi morda trasversalmente, radicatasi ormai ben oltre i confini dell’origine etnica, proprio come accadde in quella tragica cesura sociale che fu il periodo del Covid, quando le famiglie italiane presero a bussare con insistenza ai centri d’ascolto.
C’è poi un altro aspetto che svela la geografia invisibile del disagio. L’85% delle famiglie assistite risiede a Viterbo e nelle sue frazioni, mentre il restante 15% arriva da ben trentacinque comuni della provincia — da Vetralla a Montefiascone, fino a Ronciglione. Un pendolarismo della disperazione che svela un tratto tipico della nostra provincia: la vergogna. A volte, la scelta di muoversi e di chiedere aiuto in un’altra città risponde al disperato tentativo di proteggere la propria privacy, di evitare lo sguardo del vicino di casa, dell’amico o del conoscente al supermercato o per strada. Perché la povertà, prima ancora che nello stomaco, morde nell’orgoglio.
A pochi giorni dai venticinque anni dell’Emporio solidale, la città reale si specchia in questi numeri. Festeggiare un quarto di secolo di volontariato e di amore per il prossimo è un atto doveroso, ma è al tempo stesso un monito che interpella le istituzioni e la politica. Perché dietro quelle 580 famiglie non ci sono pratiche burocratiche o codici fiscali, ma volti, storie e mani tese che chiedono, semplicemente, di non essere lasciate sole.


















