


VITERBO – Gentile direttore, durante l’ultima Pasqua, entrando nella basilica di San Vitale a Ravenna, ho ammirato per la prima volta dal vivo il mosaico raffigurante l’imperatore Giustiniano, che centinaia di volte avevo osservato sui libri di scuola prima e su internet poi. L’imperatore occupa il centro della composizione, circondato dalla corte, dai dignitari e dagli uomini della Chiesa. L’immagine restituisce un potere che cerca una forma ordinata e unitaria, nella quale ogni figura conserva il proprio ruolo ma acquista significato nel rapporto con le altre.
Giustiniano non fu soltanto l’imperatore che Dante avrebbe celebrato nel sesto canto del Paradiso. Egli fu anche e soprattutto, agli occhi dei giuristi, il promotore della grande sistemazione del diritto romano realizzata nel VI secolo, attraverso il lavoro dei massimi esperti del diritto dell’epoca, chiamati a collaborare alla sua corte. Il Corpus iuris civilis, summa ed epilogo di quell’impresa, raccolse e coordinò numerose norme giuridiche: frammenti di atti imperiali, opere della giurisprudenza romana e materiale normativo proveniente da epoche differenti. Furono svolti numerosi carotaggi secolari, da quegli illustri esperti, attraversando l’esperienza giuridica millenaria di Roma. In questo modo, molteplici pezzi di una lunga trama, maturata dalla Repubblica al Principato e all’Impero, furono selezionati e ricondotti entro un insieme unitario (ma non univoco) destinato ad avere una fortuna millenaria, giungendo fino ai giorni nostri. Quel testo ha avuto così un’influenza profonda sulla tradizione giuridica europea continentale e sugli ordinamenti di numerosi Paesi di tutto il mondo.
Alcuni studiosi contemporanei hanno ipotizzato che la tecnica musiva abbia direttamente ispirato, all’epoca, anche la compilazione del Corpus. Davanti a quella parete di San Vitale, l’accostamento tra mosaici e Corpus appare in effetti naturale. Anche i compilatori del Corpus iuris civilis operarono infatti su frammenti provenienti da tempi e autori diversi, quasi lavorassero con distinte tessere di un futuro mosaico. Dovettero selezionarli, adattarli e collocarli in una struttura comune. Ogni tessera conservava una propria origine, ma il risultato dipendeva dalla capacità di costruire una figura complessiva.
Pensare la città. Viterbo immaginaria, leggere il futuro di Filippo Rossi mi ha riportato a quella giornata e ho voluto quindi leggere il suo saggio (o forse meglio, il suo appello) attraverso la stessa immagine, provando a utilizzare le medesime lenti che i giuristi di Giustiniano ebbero la forza e la volontà di usare. Il volume dispone infatti davanti al lettore molte tessere che la secolare storia viterbese ci consegna. Vi sono il patrimonio medievale, le permanenze dell’età moderna, le trasformazioni più recenti e le incongruenze, le contraddizioni e le pigrizie della città contemporanea.
Nessuna di queste componenti, considerata isolatamente, è sufficiente a definire una prospettiva, e di questo Rossi ne dà conto. Il problema consiste infatti nella capacità di ricondurle a un disegno coerente (enfatizzando ovviamente i pregi e provando a sradicare i difetti), utile a unire memoria, funzioni urbane e sviluppo. Il libro non offre del resto soltanto un ritratto di Viterbo. Interroga anzi la capacità della città, dei suoi cittadini e della sua classe dirigente — storicamente troppo timida, per Rossi — di dare ordine e direzione a ciò che possiede e amministra.
La sfida che lancia l’autore è quindi chiara. Riguarda chi ha a cuore la Tuscia e Viterbo, che potrebbe essere a pieno — ma secondo Rossi ancora non lo è e forse ancora non ambisce pienamente a esserlo — il suo cuore pulsante. Rievocano riflessioni, alla lettura del testo, che anche il sottoscritto ha proposto in passato.
Il principale merito del volume consiste infine a mio avviso nel presentare Viterbo come un caso rappresentativo delle città intermedie italiane. Non un caso isolato. La crisi delle grandi aree metropolitane può restituire importanza ai centri capaci di offrire servizi, qualità ambientale, cultura e relazioni sociali, purché questi centri siano prontamente ricettivi. Questa possibilità richiede infatti infrastrutture, politiche abitative serie, opportunità per i giovani e una relazione più stretta tra formazione e lavoro.
Tornando all’immagine iniziale, caro direttore, non so se Viterbo sia effettivamente alla ricerca di un nuovo Giustiniano, o di chi possa avere la stessa illuminata proiezione, credo invece per certo, e in ogni caso, che vi sia senz’altro bisogno di coltivare una coscienza diffusa e capillare capace di riconoscere le molte tessere presenti sul tavolo del nostro territorio, radicate anche in un lontano passato, e da esso estrapolate, per trasformarle in uno straordinario mosaico.

















