

NARRARE VITERBO – Come ha insegnato anche il grande filosofo e sociologo Edgar Morin la “narrazione” è un processo culturale che, richiamandosi al mito, attribuisce identità a una comunità, a una città. E questa identità può essere giocata sul mercato culturale e turistico assegnando a quella
comunità, a quella città, a quel territorio una particolare specificità, un particolare fascino e una singolare attrattività, anche simbolica.
Ogni settimana, La Fune proporrà la narrazione e l’iconografia di un mito viterbese ( a cominciare dalle sue sei “nobiltà”, così come citate dai primi storici viterbesi) con la speranza che ne sia fatto buon uso a favore dello sviluppo culturale e turistico della Città. Perché il visitatore non deve solo girare per Viterbo ammirando costruzioni e opere d’arte: deve “innamorarsi” della Città, del messaggio e del mito che quelle pietre e quelle opere portano con sé.
Il mito non è leggenda pittoresca, non lo è mai: è spirito, è cultura, è identità, è storia, è il “noi” di una città, di una comunità. Non ne faremo oggetto di una lunga e dotta illustrazione di dove si sia originato. Se ne darà un bagliore un lampo, un suono che proviene da lontano. E poi starà a ciascuno di noi ritrovarne la presenza misteriosa tra le vie, le pietre, gli scorci della Città; da cittadini, da residenti, da visitatori, da turisti, da curiosi, da poeti.
Francesco Mattioli

“Erano i viterbesi arditi, possenti e valorosi, e cominciorno a dar guerra a tutte le terre intorno a loro. Presero per forza l’Isola Martana, dalla quale portorno un altare viareccio, che aveva in sé una virtù, che in ogni loco dove lo portavano sempre erano i vincitori delle guerre, e sottomisero assai castelli d’intorno. Era Viterbo libera e non rendeva conto a persona al mondo.”
“Avea detta città in quei tempi sei nobilità, e la seconda era che aveva un altare viareccio che dovunque lo portavano avevano la vittoria”
“ Anno 1169. Li Viterbesi fecero una cavalcata a Corneto e presero più di cento persone e per riaverle li cornetani donorno ai viterbesi metà del porto di Corneto. Li viterbesi poi fecero cavalcata contro la città di Orvieto e vincendo li Viterbesi pigliorno tanti orvietani e per
derisione a chi il chiedeva ne davano trenta per un cappello di semola.
Anno 1170. A dì primo gennaro li Viterbesi introrno per forza a Ferenti di notte; ne presero la età e scarcorno fino ad un loco chiamato Cerceni.
Anno 1172. Viterbesi entrorno in Ferenti per forza e tutta la ruborno e la scarcorno e arrecorno a Viterbo tutte le reliquie e le robe megliori che c’erano, fuggendo i ferentesi chi qua e chi là e assai ne vennero ad abitare a Viterbo. Per la qual vittoria Viterbesi aggiunsero al leone del Comune la palma, che era l’arma dei ferentesi.”
Dalle cronache di Lanzillotto, Cobelluzzo e Niccolò della Tuccia
Alcune leggende popolari inoltre narrano che l’altare fu successivamente donato a Papa Innocenzo III, a festa della sua elezione. Ma da quel momento, privata della sua protezione, Viterbo avrebbe iniziato a subire sconfitte e sventure.



















