

Come ha insegnato anche il grande filosofo e sociologo Edgar Morin la “narrazione” è un processo culturale che, richiamandosi al mito, attribuisce identità ad una comunità, ad una città. E questa identità può essere giocata sul mercato culturale e turistico assegnando a quella comunità, a quella città, a quel territorio una particolare specificità, un particolare fascino e una singolare attrattività, anche simbolica.
Ogni settimana, La Fune proporrà la narrazione e l’iconogafia di un mito viterbese (a cominciare dalle sue sei “nobiltà”, così come citate dai primi storici viterbesi) con la speranza che ne sia fatto buon uso a favore dello sviluppo culturale e turistico della Città. Perché il visitatore non deve solo girare per Viterbo ammirando costruzioni e opere d’arte: deve “innamorarsi” della Città, del messaggio e del mito che quelle pietre e quelle opere portano con sé.
Il mito non è leggenda pittoresca, non lo è mai: è spirito, è cultura, è identità, è storia, è il “noi” di una città, di una comunità. Non ne faremo oggetto di una lunga e dotta illustrazione di dove si sia originato. Se ne darà un bagliore un lampo, un suono che proviene da lontano. E poi starà a ciascuno di noi ritrovarne la presenza misteriosa tra le vie, le pietre, gli scorci della Città; da cittadini, da residenti, da visitatori, da turisti, da curiosi, da poeti.
Francesco Mattioli

– Il Cavallo Calo é un bellissimo cavallo bianco che un giorno apparve qui sul prato. Nessuno lo poteva domare, ma da allora è rimasto a Castro di Viterbo, come a proteggere la nostra comunità –
– E dov’è ora, chi lo possiede? – chiese il forestiero, interessato.
Il cavallaro scosse la testa, con quel suo vago sorriso sdentato: -Nooo, il Cavallo Calo non lo possiede nessuno; lui compare a volte, su questo prato, specie nelle notti di luna, sfolgorante nel suo mantello bianchissimo. Poi non si fa vedere per mesi, ma ogni volta che compare porta fortuna alla nostra comunità-
L’uomo tirò su con il naso e si passò una mano sulla bocca, come per concentrarsi, poi continuò: -L’ultima volta che è venuto, saranno ormai sei mesi, abbiamo avuto il più ricco raccolto di olive di che ho memoria…-
-E nessuno lo ha domato? – chiese il forestiero con un pizzico di ironia nella voce. Il cavallaro non si scompose. Si guardò intorno guardingo, come se volesse rivelare un segreto: -Lui non si fa domare, non si fa neppure avvicinare… sta qui sul prato e noi lo rimiriamo da lontano, dalla chiesa o dal Poggio; qualcuno dice di averlo visto sparire volando verso le nubi… non è un cavallo normale, è un prodigio, una nobiltà di Castro di Viterbo –
Si interruppe, per controllare meglio l’espressione incredula del forestiero, poi spiegò: -Cavallo Calo… così lo chiamò l’arciprete di S. Angelo degli Spatha – indicò la chiesa – l’arciprete proveniva dalle terre greche di Puglia, e lo chiamò Calo, che in greco vuol dire bello –
Il visitatore annuì. -Bella storia – commentò.
Il cavallaro capì l’antifona e si allontanò facendo un mezzo inchino; prima di accomiatarsi però aggiunse, con un filo di voce, quasi leggendo nel pensiero del forestiero: -Ma non è una fola… io stesso l’ho visto il Cavallo Calo, proprio qui dove siamo ora, a conversare con i cavalli dei signori –
Da: F. Mattioli, Storie ferentesi vere e inventate, Aracne narrativa, 2020.




















