

NARRARE VITERBO – Come ha insegnato anche il grande filosofo e sociologo Edgar Morin, la “narrazione” è un processo culturale che, richiamandosi al mito, attribuisce identità a una comunità, a una città. E questa identità può essere giocata sul mercato culturale e turistico assegnando a quella comunità, a quella città, a quel territorio una particolare specificità, un particolare fascino e una singolare attrattività, anche simbolica.
Ogni settimana, La Fune proporrà la narrazione e l’iconografia di un mito viterbese (a cominciare dalle sue sei “nobiltà”, così come citate dai primi storici viterbesi) con la speranza che ne sia fatto buon uso a favore dello sviluppo culturale e turistico della Città. Perché il visitatore non deve solo girare per Viterbo ammirando costruzioni e opere d’arte: deve “innamorarsi” della Città, del messaggio e del mito che quelle pietre e quelle opere portano con sé.
Il mito non è leggenda pittoresca, non lo è mai: è spirito, è cultura, è identità, è storia, è il “noi” di una città, di una comunità. Non ne faremo oggetto di una lunga e dotta illustrazione di dove si sia originato. Se ne darà un bagliore, un lampo, un suono che proviene da lontano. E poi starà a ciascuno di noi ritrovarne la presenza misteriosa tra le vie, le pietre, gli scorci della Città; da cittadini, da residenti, da visitatori, da turisti, da curiosi, da poeti.
Francesco Mattioli

— Dovete conoscere Anna. È una donna sorprendente… molti forestieri sono giunti da noi solo per vederla, ha qualità mirabolanti… —
Il vecchio con il pugno bussò alla porta chiamando:
— Anna, meravigliosa Anna, apri la tua porta: c’è un visitatore che vuole ammirare le tue virtù, è un cavaliere di nobile lignaggio —
La porta si aprì quasi subito e si parò dinanzi a loro una donna; indossava una lunga veste femminile fino ai piedi, ma la figura era ricoperta dalla testa ai fianchi da un ampio scialle di lana marrone, che rivelava solo gli occhi; occhi grigi, indagatori.
— Chi è questo forestiero? — chiese Anna.
— Un cavaliere templare, Anna… viene dalla Terrasanta —
Anna fissò lo sguardo sul templare:
— Se sei un frate templare, ti offro la voce della bontà, della saggezza, del candore, della fede —
Poi si tolse per metà lo scialle dal capo, rivelando la parte destra del viso.
— La destra del mio volto è l’immagine della purezza, della verità… —
Quel che spiccava era la chioma, verde; verde come le foglie, come l’erba dei prati. I capelli lunghi, sciolti, appena abboccolati, erano di un colore che evocava prodigi e magie.
Anna continuò:
— Sì, frate, i miei capelli sono verdi come la verità, la giovinezza, le foglie delle querce… —
Anna si accarezzò con un gesto sbarazzino i capelli verdi; aveva la pelle bianca, liscia, sembrava avere non più di sedici anni, ma la voce profonda la rivelava come una donna forte, sicura di sé. L’altra parte del volto restava celata agli sguardi incuriositi degli astanti.
Anna guardò più intensamente il templare; poi dopo averne fissato a lungo il volto, esclamò:
— No, tu non sei un frate… templare sì, ma non un frate —
Si ricoprì il viso, poi fece cadere la parte sinistra dello scialle, rivelando il resto del volto.
Era un volto terribile. I capelli erano rossi, lo sguardo fiammeggiante, la bocca atteggiata ad un sorriso sprezzante e provocatorio:
— È questa l’Anna per te: capelli rossi come il fuoco, come la passione, come l’odio, come il peccato, come il dolore… —
— È questo che ti aggrada, cavaliere — disse in tono sguaiato la donna, ora sì una donna ma dalle sembianze mature, anzi di un’età che sembrava ormai prossima a quella senile — per un imperiale posso condurti alle estreme vette della passione e del piacere —
Emise una risata agghiacciante, fissò il templare negli occhi, poi intimò a voce bassa:
— Vattene, cavaliere —
Da: F. Mattioli, Storie ferentesi vere e inventate, Aracne narrativa, 2020.



















