
Ricomincia la settimana con un approfondimento a cura di Aliante della Tuscia. Buona lettura.
In un giorno di sole, nei pressi di Tarkuna, la città stato nel cui nome echeggia la gloria del Dio toro Tark, Lauchume Tarkun passeggiava con la sua sposa Thanaquil.
Ad un tratto una maestosa aquila si posò sul capo di Tarkun portando lui via il copricapo. Dopo un rapido e ampio volo nel cielo, il regale uccello ripose il copricapo sulla testa del Lucumone Re e volò alto nel cielo, scomparendo tra le nubi.
Thanaquil, esperta di prodigi, spiegò allo sposo che l’animale, sovrano dei cieli, uccello sacro di Tina, re dell’aere e di tutti gli dèi, togliendo e rimettendo il cappello sul capo di Tarkun aveva predetto che egli sarebbe stato destinato alla gloria di un grande regno.
I Romani, quando tale prodigio si avvererà, chiameranno quel re Lucio Tarquinio Prisco e i libri accetteranno tale versione, seppellendo nella gabbia della scienza storica la realtà gloriosa della stirpe del Lucumone Tarkun.
In un’ epoca in cui la donna rivestiva un ruolo di primo piano, nella vita sociale e politica delle città stato, Tarkun e Thanaquil erano due sposi che regnavano su Tarquinia e che esporteranno a Roma la cultura etrusca.
Ad attestare l’esistenza di Tarkun sta lo storico romano Macrobio che vedrebbe il Lucumone addirittura iniziato al culto mistico di Samotracia e dei Grandi dei Pelasgici.
Il ruolo che la storia riconosce alla donna etrusca, e che la leggenda tramanda attraverso la sapienza velata del culto popolare, è quello di consigliera e saggio punto di riferimento a cui ogni buon sacerdote re era solito ispirarsi.
La concezione matriarcale etrusca, contrapposta a quella patriarcale dei futuri latini, riconosceva alla donna un ruolo pressoché divino; Thanaquil era per l’appunto una sorta di sibilla in grado di leggere il senso più profondo delle cose e cogliere in esso il fascino del messaggio degli dei.
Il mito è parte integrande della storia poiché permette di mantenerne l’aspetto scientifico strettamente ancorato all’umano, che ne è l’elemento centrale. Il mito è la storia vista dalle genti che l’hanno vissuta. Senza il mito la storia sarebbe solo una cronaca di eventi elencati da studiosi postumi che non li hanno vissuti.
Il mito ci mostra, nell’appurata concezione matriarcale etrusca, una donna che era la rappresentante diretta della Grande Dea e che, unendosi al marito in un rituale di nozze sacre, diviene regina e prima sacerdotessa.
Nella società etrusca la donna era talmente importante da costituire il tramite tra la sacralità del ruolo di comando, e il re stesso. Era la donna infatti che incoronava il sacerdote re conferendogli la legittimità al comando.
I prodigi di Thanaquil sono raccontati anche nelle storie del romano Tito Livio, il quale sostiene che Thanaquil e Tarkun (Tarquinio Prisco) trovarono un bimbo e lo allevarono nella loro casa.
Una notte la testa di questo bimbo venne avvolta dalle fiamme e le grida di un servo svegliarono i due sposi. Appena vista la scena Thanaquil ordinò al servo e al marito di lasciare che il bimbo si svegliasse da sé, evitando di spegnere il fuoco. Quando l’infante si destò Thanaquil chiamò a sé il marito e disse: “Io dico che egli farà un la luce a noi nei giorni bui, e sarà salvatore della casa regale in difficoltà”.
Questo bimbo in etrusco si chiamava Macstarna e i Romani lo riconosceranno come Servio Tullio, il sesto re di Roma. Nelle sue parole, la sacerdotessa Thanaquil, trasportava il senso di legittimazione regale che avrebbe conferito al nuovo re il riconoscimento ed il carisma necessari per governare.


















