

VITERBO – C’è un cortocircuito tutto viterbese che si è consumato l’altra sera, tra le mura della sala parrocchiale di San Pellegrino. Da una parte i residenti, esasperati da una quotidianità fatta di parcheggi scippati e retorica da brand; dall’altra due politici di lungo corso, Alvaro Ricci e Andrea Micci, seduti lì a spiegare come si salva il cuore antico della città.
Mettiamo subito le cose in chiaro: Ricci e Micci sono persone in gamba. Preparate, intelligenti, capaci di scendere nel dettaglio tecnico. Le idee che hanno messo sul tavolo – dall’housing sociale ai quattro pilastri per il rilancio – sono persino buone. Il problema, però, non sono le idee. Il problema è il tempo. Perché il primo ha governato la città nell’era Michelini e il secondo nella breve e tormentata stagione Arena. Sentirli oggi disegnare la Viterbo del futuro fa l’effetto di un déjà-vu al contrario: se le ricette erano così chiare, perché non sono state applicate quando le leve del comando erano saldamente nelle loro mani?
È esattamente in questo scarto tra il dire e il passato che si è rotto qualcosa. Più di qualcosa. La sensazione è che la politica tradizionale, di qualsiasi colore essa sia, non riesca più a convincere nessuno. Dopo anni di esperimenti falliti, di cambi di casacca e di promesse sbiadite sulle pietre del centro storico, il distacco è totale. E non basta più nemmeno quel “civismo” che abbiamo imparato a conoscere con l’approdo a Palazzo dei Priori di Chiara Frontini, un modello che in molti ambienti inizia visibilmente a scricchiolare, mostrando le corde di una narrazione che fa fatica a farsi sostanza.
Ecco perché l’idea di un Comitato Unico del centro storico che si trasforma in una nuova lista civica non è solo un’indiscrezione da bar. È il sintomo di una mutazione genetica. Siamo oltre il civismo classico: qui si profila la nascita di liste ultra-civiche, nate direttamente dai marciapiedi e dai problemi di vicinato.
Ma c’è un elemento di novità assoluta che rischia di cambiare per sempre le regole del gioco, e che la politica viterbese sta colpevolmente sottovalutando. Fino a ieri, per sfidare i partiti e bussare ai Palazzi del comando, serviva un preciso e costoso know-how. Servivano apparati, professionisti, esperti di bilancio, avvocati amministrativisti. Serviva, insomma, appartenere a una determinata estrazione familiare o a un ambiente di provenienza strutturato per poter decifrare la macchina complessa di un Comune.
Oggi non è più così. L’impatto dell’intelligenza artificiale rischia di essere un asteroide dritto sulla politica locale.
L’IA sta diventando il più formidabile, supermegagalattico ascensore sociale della storia moderna, specialmente a livello di politica cittadina. Strumenti potentissimi e accessibili a chiunque abbattono di colpo le barriere all’ingresso. Oggi, un gruppo di liberi cittadini determinati non ha più bisogno del “tecnico di partito” per spulciare un piano regolatore, per analizzare i flussi di cassa o per scrivere un progetto di housing sociale alternativo a quello del Comune. Basta saper porre le domande giuste a un software per ottenere in pochi secondi analisi complesse, precise, dettagliate.
È un’arma democratica micidiale. L’accesso rapido e chirurgico a informazioni che prima restavano sepolte negli uffici comunali offre a chiunque la possibilità di competere ad armi pari. Una nuova generazione di liste civiche, armata di tecnologia e disperazione quotidiana, potrebbe legittimamente immaginare di usare l’intelligenza artificiale per aprire finalmente Palazzo dei Priori come una scatoletta di tonno, smontando pezzo per pezzo la burocrazia difensiva della politica tradizionale.
Mentre i partiti studiano il passato e i vecchi sindaci immaginano il futuro, il presente si sta riorganizzando dal basso, con tablet alla mano e algoritmi pronti a fare i conti della serva a chi gestisce la cosa pubblica.
Ci avevate pensato? Perché a San Pellegrino, forse, l’era della transizione digitale ha appena incontrato quella della rivolta dei residenti. E per Palazzo dei Priori, questa volta, la sfida rischia di essere davvero ingovernabile.

















