


Pietrangelo Buttafuoco è giornalista, scrittore e intellettuale italiano, da due anni Presidente della Biennale di Venezia. Recentemente è diventato noto per aver aperto le porte della Biennale alla Russia, contro il parere motivato del Ministro della Cultura, quindi del Governo, e dell’Unione Europea. Questa ha ritirato il suo sostegno economico alla Biennale e Buttafuoco si è adirato sostenendo che: “Noi non facciamo politica, noi siamo chiamati alla ricerca nel campo delle arti”. E ancora: “La Mostra, insieme a tutte le attività della Biennale, è inconfutabilmente riconosciuta quale spazio straordinario di libertà di espressione, dove si promuove dialogo aperto e diversità culturale”.
Ovvero, alla Biennale si fa arte, non si fa politica. Dunque, tra arte e politica esiste un solco. Perché la prima è libera espressione della creatività dell’uomo e la seconda è primazia di un gruppo di interesse rispetto ad altri, con l’intento di orientare il pensiero e l’azione verso obiettivi limitativi della volontà e della libertà umana.
Vediamo un po’ di storia dell’arte. Nella statuaria greca, eroi e dei esprimono la visione ideologica dell’uomo kalos kai agathos che si innalza sopra la massa bruta del popolo comune. Tutti principi scritti nelle opere filosofiche che hanno sostenuto la cultura ellenistica. Nell’arte cristiana lungo venti secoli prevale di gran lunga l’idea della potenza divina, della carità salvatrice del Cristo e del ruolo di intermediazione della Vergine, la dedizione dei santi, la diversa gerarchia dell’uomo e della donna, e il prestigio dei pontefici.
Nella cultura fascista, in quella nazista e in quella marxista le architetture e le arti figurative servono ad esprimere i principi fondanti di quelle dittature. Nella cultura liberale si affermano quegli artisti che indagano oltre la realtà quotidiana e vanno a rappresentare i personali ingorghi di un pensiero tanto creativo quanto introverso e autoreferenziale; o, al contrario, indagano la banalità come espressione di un processo dialettico di normalizzazione culturale.
Niente nomi; non stiamo redigendo un’enciclopedia. Ma certamente il lettore saprà ravvisare in queste rapide citazioni come gli artisti si siano espressi al servizio della politica, o meglio dell’ideologia politica prevalente, anche quando davano alle loro opere un tocco di irripetibile personalità artistica.
C’è poi una schiera chilometrica di filosofi, storici, intellettuali, sociologi, antropologi che hanno testimoniato di come tutta l’azione umana abbia valore politico, in senso lato, cioè nel senso migliore del termine come dinamico scambio di attribuzione di senso al problema della convivenza e dell’ordine sociale. Tanto per fare un nome, forse perché sono affezionato al suo pensiero, citerò una certa Hannah Arendt.
Il che significa che anche l’artista che si sente estraneo all’ordine sociale, che si crogiola nei propri tarli creativi sta facendo la sua proposta politica; alla stessa stregua di Banksy. Ricorderò sempre l’ammonizione di Franco Ferrarotti, all’epoca del famigerato Sessantotto: “Anche chi decide di non fare politica, per ciò stesso fa politica”.
Quindi, le affermazioni di Buttafuoco fanno ridere; o piangere. È come se la libertà di espressione, e il dialogo aperto alla diversità culturale, non esigessero in ogni caso una scelta di campo, un’etica, per evitare che tutte le vacche appaiano indistintamente nere nel buio della notte hegeliana del pensiero.
Se questa è la sua idea di arte, c’è da preoccuparsi. Perché domani la Biennale potrebbe anche ospitare l’intenso ritratto dell’oligarca di un qualsiasi paese con lo sguardo intenso del Salvatore di Popoli.
















