
La Fune e Aliante della Tuscia vi conducono questa settimana in un viaggio avventuroso nella storia attraverso il concetto di integrazione.
L’evoluzione della storia dell’uomo passa attraverso un processo di costrutto della propria identità.
Si parla molto oggi di integrazione. Integrazione tra culture, tra sessi, tra religioni. La stragrande maggioranza dei problemi che viviamo ora derivano dall’integrazione. Quando troppa, quando poca, quando non vi è affatto.
Millenni or sono, nella remota Età del Bronzo, il popolo degli Etruschi non si fece problemi di integrazione. Per loro sarà fatale, visto che poi saranno completamente assorbiti dai Romani. Per l’umanità intera il loro approccio cosmopolita rappresenta invece molto più di un dono. Sarà un’ eredità.
A partire dai Romani, fino a oggi, siamo il prodotto evoluto del lascito storico e identitario degli Etruschi. Lo stesso concetto venne espresso da Bernardo di Chartres nel Medioevo, egli parlava dell’uomo come di un “nano sulle spalle dei giganti”. L’accezione era sicuramente riferita alla cultura greca, la visione era medievale e, dunque, oscurantista.
Tuttavia, che ci piaccia o no, siamo il prodotto del nostro passato e, su questo concetto, non possiamo che rassegnarci. Il problema, purtroppo, non è quando dobbiamo qualcosa a qualcun altro, ma quando non sappiamo far tesoro dell’eredità immensa che questo altro ci lascia.
Se è vero, da una parte, che ci eleviamo sulle ali del progresso grazie al lascito di chi ci ha preceduto, è altrettanto vero che l’uomo contemporaneo, come quello più remoto, ha al facoltà di giungere a un livello di maturazione tale da essere egli stesso, un giorno, quel gigante sulle cui spalle i posteri si innalzeranno in volo.
Gli Etruschi seppero concepire, per volontà o per natura, il principio dell’integrazione. C’è stato chi l’ha visti, sulla base di fonti storicamente attendibili, parte del ceppo Pelasgico. Un fitto e variegato “melting’ pot” di civiltà e culture che praticavano la navigazione e il commercio. Dello stesso ceppo, secondo molti, fecero parte originariamente gli stessi Greci. Dallo stesso gruppo di Pelasgi si sarebbero divise, e originate, tutte le più grandiose civiltà della storia arcaica.
Dalla conoscenza sacra dei lucumoni Etruschi si sarebbe arrivati poi all’alto concetto scientifico-umanistico del diritto romano e dell’idea di “Res Pubblica”. Dal principio naturale della Madre Terra, il luogo di ritorno dopo la morte, si sarebbe approdati all’idea di un Olimpo ultraterreno. Dalle forme di assembramento attorno alla parola del sacerdote-re etrusco, il lucumone, si sarebbe giunti all’idea di democrazia e di rappresentanza popolare, grazie ai Greci. I Romani creeranno la Repubblica e poi l’Impero. Lo stesso Imperatore Augusto capirà che solo romanizzando i popoli conquistati poteva controllarli. Un imperatore grande come Augusto scelse l’integrazione per riuscire nella dominazione. Egli capì che i tempi erano cambiati rispetto alla battaglia di Veio contro gli Etruschi. La linea della dominazione e della sottomissione non avrebbe più funzionato; bisognava creare l’ integrazione.
Sun Tzu, grande stratega cinese del VI secolo a.C., parlò della strategia come dell’abilità di sapersi muovere come l’acqua, flessibili e sinuosi; malleabili alle esigenze. Augusto seppe fare questo restituendo Roma alla sua grandezza. Si potrebbe dire che con Augusto finisce il “Medio-Evo dell’Antica Roma”. L’Impero Romano di Augusto fu una riedizione aggiornata della compagine dei Pelasgi che dominarono il Mediterraneo. Chi rese Roma grande, lo fece, perché riuscì intelligentemente a comprendere la portanza politica e aggregativa di questo approccio di unione fra genti diverse. I popoli dei mari dominarono il Mediterraneo e l’intera Etruria perché furono uniti. Roma divenne Impero perché seppe legare i popoli a sé all’insegna del principio di romanizzazione.
I metodi che vennero usati nel corso della storia per creare questo senso di unità non furono sempre e non da subito pacifici. Vi furono guerre e quell’unione assunse le sembianze di una sottomissione mascherata, ma concettualmente seppe creare un minimo comune denominatore sufficiente a garantire al dominante il giusto grado di legittimità per mantenere il controllo.


















