

CIVITA DI BAGNOREGIO – Cari lettori de La Fune, oggi ci dobbiamo addentrare in un territorio che è, per sua natura, sospeso. Dico sospeso perché Civita di Bagnoregio, la “il paese che muore”, è essa stessa un collage di storia, di tufo che cede e di bellezza che ostinatamente resta, aggrappata al cielo come una visione di Piranesi. E non v’è luogo migliore, dunque, per accogliere l’opera di un uomo, Ferlicca Luciano Massimo – o, per gli amici dell’arte, Max Luce – che ha deciso di ridare corpo al tempo attraverso l’anima stessa della carta. Questo venerdì 17 di luglio, alle ore 11.30 per i puntuali, il taglio del nastro sulla mostra ‘L’Anima della Carta’.
Pensateci bene: il collage. Non è, come qualcuno di fretta potrebbe pensare, una trovata da scolaretti durante l’ora di educazione artistica. No, mio caro pubblico, è l’essenza stessa delle avanguardie, quel gesto dadaista che, strappando il quotidiano dalla sua funzione banale e utilitaristica, lo eleva a icona, a frammento di memoria recuperato dal naufragio dell’oblio. E Max Luce, con questo suo Collage Retouchè, compie un’operazione che definirei quasi alchemica, un’operazione che trasforma il piombo della carta stampata nell’oro della visione artistica. Non si limita a incollare – questo, in fondo, lo fanno tutti, dai cartellonisti ai bambini – egli “ritocca”. Ed è in quel ritocco, in quel gesto sapiente che accarezza la superficie, che risiede la differenza ontologica tra l’artigiano e l’artista.
«Dare vita alla carta», ecco il mantra. Perché la carta è, per definizione, bidimensionale, muta, effimera, destinata a ingiallire nel cassetto dei ricordi. Ma quando vi si aggiunge il glitter, quando la pittura ne solca la superficie con la violenza o la dolcezza del gesto, e quando l’oggetto tridimensionale vi si innesta con audacia, ecco che il ritaglio di giornale cessa di essere carta da straccio. Diventa opera, diventa corpo, diventa una creatura luminosa e vibrante che ci guarda.
A Palazzo Alemanni, incastonato in questo borgo sospeso nel tempo, si consuma in questi giorni una sorta di rito laico. Quarantacinque opere che ci raccontano, con una sorta di ironica nostalgia, l’immaginario collettivo degli ultimi sessant’anni. C’è il cinema, quel grande teatro delle ombre, c’è il fumetto – autentico serbatoio della mitologia moderna – c’è la religione e c’è persino lo sport. È una sorta di caleidoscopio dell’anima di noi italiani, un puzzle di icone che Max Luce ha saputo ricomporre con la pazienza di un monaco certosino.
L’artista, nato a Milano nel 1955, ci insegna una cosa fondamentale: la vocazione non ha età. Dopo una vita trascorsa in altri lidi, ha saputo trasformare la passione dell’infanzia in un’urgenza del presente. La sua ricerca, il ritaglio meticoloso, la composizione meditata e infine l’abbellimento non sono altro che le fasi di una meditazione attiva, una cura per l’anima che passa attraverso la materia.
Vi esorto, dunque, a salire fin lassù, a Civita. Non andateci solo per la vista – che è pur sempre, per carità, mozzafiato – ma andate a incontrare Max Luce, fatevi raccontare come si dà vita a un frammento. Perché in un mondo che corre troppo, che brucia le immagini in un secondo, in questa società dell’effimero digitale che tutto consuma, fermarsi davanti a un collage ritoccato a mano è, in fondo, un piccolo, necessario atto di resistenza civile. Un ritorno, insomma, al piacere del fare. E del guardare, davvero.

















